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1. Volare non è cosa da tutti
Trieste, lunedì 29 febbraio 2016
Sei piani. Un bel salto, non c’è che dire. Se li guardi da sotto tutti in fila, ad arrivare a terra è un volo interminabile. E per cosa? Per spegnere l’interruttore un’ultima volta e finire sdraiato per sempre sul nudo marciapiede di un grigio e affollato condominio della periferia di Milano?
Sto frugando in cucina cercando qualcosa da mangiare e non posso fare a meno di ascoltare la tv accesa in sottofondo. Non ho molto tempo, alle due devo essere in Casa di Cura.
La donna che nella ricostruzione della giornalista pare abbia deciso di porre fine alla propria esistenza spiccando in piena notte quel drammatico ultimo volo aveva solo quarant’anni.
Un gesto del tutto inatteso, secondo i vicini e i condòmini.
Una donna tutta casa e lavoro. Un figlio di vent’anni che aveva cresciuto da sola. Mai un litigio, mai un battibecco, una questione. Niente. Una che si faceva i fatti suoi. Educata, gentile. Proprio una brava donna. Chi se l’aspettava. Certo, non navigavano nell’oro, ma conducevano una vita dignitosa, lei e il figlio.
«E lei? Ha sentito qualcosa, lei?» domanda pressante la giornalista al signore in canottiera che abita nell’appartamento al piano di sotto.
«Chi, io? No, niente. Che vuole, alle due di notte io dormo già da almeno quattro ore. Mi hanno svegliato le sirene dell’ambulanza, e della polizia, quello sì. Allora mi sono affacciato, e l’ho vista. Una cosa terribile. Sembrava una bambola rotta. Con quel pigiamino rosa e la vestaglietta aperta, spalancata sul marciapiede come… come due ali spezzate. Una cosa che non si poteva guardare. Povera donna…»
«Io invece no che non dormivo» si affretta a precisare l’anziana signora, piccola, curva e con due occhi vispi, che ha afferrato decisa il braccio della giornalista per attrarre a sé il microfono. «Vede? Io abito proprio qui,» dice indicando la porta di fronte, sullo stesso pianerottolo, «e l’ho sentito benissimo».
«Sentito, cosa?» domanda la giornalista.
«Sa, io faccio fatica a prendere sonno e stavo ancora dicendo le mie preghiere, quando l’ho sentito. Una specie di grido. Breve, ma anche forte. Tant’è che ho smesso di recitare le orazioni e sono corsa vicino alla porta d’ingresso. Perché mi sembrava venisse da lì. Dal pianerottolo. E poi quel tonfo. Allora sono andata subito a guardare dalla finestra del bagno. E l’ho vista, che il Signore l’abbia in gloria…»
«Ecco, avete ascoltato alcune delle testimonianze dei vicini di casa. Qui la gente, come potete immaginare, è ancora sotto shock» prosegue l’inviata che intanto ha ripreso possesso del microfono e sta indicando al cameraman di inquadrare l’unica porta chiusa. «E questo, vedete, è l’appartamento di Francesca. La polizia e i paramedici sono ancora dentro con il figlio. Sembra sia stato lui a trovare la mamma, lì sul marciapiede, senza vita. Stava rientrando a casa con la fidanzata proprio in quel momento, pensate. Un dramma nel dramma. Qui da San Siro, Milano, è tutto. Per gli eventuali aggiornamenti vi rimandiamo all’edizione della sera. Linea allo studio».
Afferro il telecomando e spengo il televisore con un senso di fastidio, mentre continuo a ingurgitare voracemente quello che ho trovato nel frigo.
«Giornalisti! Fortuna che il figlio era già entrato in casa, se no gli avrebbe chiesto cosa aveva provato in quel momento. Quella l’hanno ammazzata, ci scommetto quello che vuoi» dico a Valeria, che con un pizzico di sadico piacere mi sta guardando divorare il vitello tonnato freddo gelato certa che mi rimarrà sullo stomaco e, nella migliore delle ipotesi, mi terrà compagnia per le prossime sei ore.
«Ci risiamo. Ha parlato Sherlock Holmes…» dice sbuffando. «È proprio una mania, la tua. Che ne sai, tu? Sei qui, seduto in poltrona, impegnato a strafogarti quella bomba a orologeria che esploderà dentro di te nel tardo pomeriggio, magari mentre tu e il tuoprofessore sarete impegnati nella parte più delicata dell’intervento, e pretendi di sapere cos’è successo a quella povera donna? A Milano?» Si è alzata. Sta vagando senza meta per il soggiorno. Non è un buon segno. «Ma diamine, non riesci proprio a mangiare più lentamente? Almeno quella roba avrebbe il tempo di riscaldarsi un po’ mentre passa dalla bocca all’esofago e poi allo stomaco, o no?»
«Dai, Valeria, lo sai che devo fare in fretta, che ho poco tempo. Devo arrivare in Casa di Cura prima di lui per assicurarmi che il paziente arrivi in sala operatoria perfetto. Funziona così, lo sai…» le dico sbottando. «Eppure, ogni volta devi farmi notare questa cosa. Come devo dirtelo? È il mio lavoro. E si fa così. Io devo essere lì prima di lui. Sempre. Gli devo coprire le spalle. È il mio ruolo. Sono il suo Primo Aiuto. E coprendo le sue, di spalle, automaticamente copro le mie. Anzi, le nostre. Lui si fida di me. È come se il mio specializzando arrivasse per ultimo, quando il campo operatorio è già fatto ed è tutto pronto per l’intervento. Sai che volo gli farei fare io, a quello? Altro che sesto piano».
«Continua a mangiare così e vedrai che tra poco non riuscirai neanche ad arrivarci, in ospedale. E mentre il grande professore opererà con lo specializzando arrivato tardi, tu te ne starai chiuso nel cesso della clinica a restituire il vitello tonnato a madre natura».
Cinica, diretta e catastrofista. Questo è il repertorio che Valeria preferisce.
«Sai come cacciano l’orso bianco gli eschimesi, Ernesto?»
Ha socchiuso gli occhi. Vuol dire che ha deciso di continuare a infierire.
«No, non lo so».
«Be’, usano esattamente il tuo metodo. Congelano una palla di carne o di pesce con dentro una stecca di balena flessa su se stessa. Lui, l’orso, se la ingoia, e loro lo seguono».
«Io sarei l’orso, immagino…»
«Fai tu… Comunque, dicevo, lo seguono con calma e pazienza per ore e ore. A volte, per giorni. Finché la palla si scongela e la stecca di balena scatta nel suo intestino come una lama acuminata. E lo perfora. Dall’interno. E l’orso muore. A loro, poi, non resta che scuoiarlo e recuperarne carne e pelliccia» conclude con un moto di sadica soddisfazione. «Vorrà dire che più tardi, con calma e pazienza, anch’io passerò in clinica a recuperare ciò che resterà di te, caro Holmes» rincara non contenta.
Questo si chiama accanimento.
«Sempre a farla più grossa di quello che è, tu. Non lo perdi mai il vizio, eh?»
«Neanche tu, a quanto pare».
«Quant’è che mangio così? Dai, dimmelo. Cinquant’anni, te lo dico io. E tu da quanti anni me lo fai notare? Almeno da venti. E in tutto questo tempo sei mai dovuta passare una sola volta in clinica a reclamare i miei resti? Mai!» noto con un mezzo sorriso di compiacimento mentre dietro la schiena la mia mano si produce in un inequivocabile gesto scaramantico. Cerco le chiavi della Vespa. Trovate. Prendo il casco. «E comunque, quello è un delitto. Te la vedi una che ha deciso di farla finita e che prima si mette pigiama e vestaglia, poi urla, e quindi si butta dal sesto piano sapendo che da lì a poco rientrerà il figlio?» Fermo sulla porta di casa, ho accompagnato la battuta tenendo le dita della mano destra atteggiate a pistola, con il sopracciglio destro alzato e un sorriso tra il furbo e lo stronzo che neanche Sean Connery.
Valeria non è riuscita a trattenere un mezzo sorriso, ma con quell’aria di rassegnata sufficienza che sottintende “ma quando cresce, questo?”.
«Comunque, tu senti l’edizione del tg di stasera e poi ne riparliamo, Watson!» le dico, riponendo la pistola nella tasca interna della giacca, mentre la porta si chiude rumorosamente alle mie spalle.
Devo sbrigarmi. Trieste non sarà Roma o Milano, ma a quest’ora, dopo la pausa pranzo, il traffico è uguale dappertutto.
La Casa di Cura è a tre chilometri e duecento metri dalla mia abitazione e a quest’ora, in Vespa, ci si mettono dieci minuti. Tutto calcolato. Perfino il vitello tonnato, che al momento non sembra dare segni di vita.
Deve sempre asfissiarmi con le sue fisime, Valeria. E sempre quando io ho fretta. Non fare questo, non fare quello, mangia piano, non tamburellare con le dita… Ma un uomo di cinquant’anni avrà pure il diritto di essere com’è, o no? E se per giunta ha fretta, secondo me ne ha ancora di più, di diritto, cazzo! Con la vecchiaia, poi, si può solo peggiorare, lo sanno tutti. E nel nostro caso, purtroppo la cosa è reciproca.
Sono in perfetto orario. Perché io ho come un orologio in testa, che non sbaglia mai. Odio arrivare in ritardo e il mio cervello lo sa. Scatta una specie di segnale silenzioso, una leggera ansia latente che mi impedisce di perdere tempo. Qualunque cosa io stia facendo. E non mi serve guardare l’orologio.
Quando da giovane specializzando mi mantenevo facendo la Guardia Medica ero famoso per questa, a detta di tutti, strabiliante caratteristica. Dopo la chiamata telefonica notturna, per esempio di una mamma che richiedeva il mio intervento urgente per il figlio con febbrone da cavallo e tosse, il tempo di mettere giù la cornetta e partiva in automatico il calcolo delle coordinate spazio-temporali che mi consentiva di dire al mio collega di quella notte, con precisione inquietante, l’ora esatta in cui sarei stato di ritorno. E un minuto prima di quell’orario, io ero di ritorno. Sempre.
L’analisi era multifattoriale, perché doveva tenere conto di tutte le variabili in campo: distanza, tempo atmosferico, tipologia di località, e facilità o meno della sua localizzazione, traffico a quell’ora, casa singola o condominio, appartamento piano terra o piani alti, diagnosi presunta, tipologia di mamma e suo grado di apprensione e ansia, terapia mirata e tempo di compilazione della ricetta, parenti, e perfino cani da guardia in caso di villetta isolata.
Lo stupore che questa cosa genera nella maggior parte delle persone è dovuto al fatto che a loro, in realtà, non importa assolutamente niente di arrivare in ritardo. In sostanza, se ne fregano che tu o chiunque altro stia lì ad aspettarli.
Valeria sa, di questo mio superpotere, eppure ogni volta non perde occasione di farmi notare con rinnovato e candido sconcerto che mangio in fretta.
Questa in una causa di divorzio sarebbe considerata crudeltà mentale.
Quando entri in una Casa di Cura privata, non si sa perché, tutti sono gentili e sorridenti.
Buongiorno, dottore. Ben arrivato, dottore. Le auguro una buona giornata, dottore. Sempre puntuale lei, dottore.
Il perché, in realtà, lo so. O meglio, lo sanno tutti.
Il professore, di cui tu sei l’emanazione, è un portatore sano di clienti, cioè di denaro, e pertanto persona degna della massima considerazione. Di conseguenza, lo sei anche tu. A prescindere da chi tu sia o da come sia fatto. Puoi anche essere un perfetto stronzo, presuntuoso, maleducato e insolente, ma a tutti lì dentro basta solo che movimenti il traffico con regolarità e intensità crescenti o, come nel mio caso, fai in modo che tutto quel viavai messo in moto da lui scorra senza intoppi.
Se sei una brava persona e un buon medico, questo aiuta e rende tutto più facile e sopportabile, ma non è indispensabile.
Il professore e io passiamo il novanta per cento del nostro tempo nella clinica universitaria, mentre qui, in Casa di Cura, lui ha un’attività che si può definire marginale, ma costante e decisamente remunerativa. I clienti danarosi o con copertura assicurativa che scelgono di farsi operare da lui trovano naturale farlo in una casa di cura privata, dove possono godere di maggiore privacy e di un confort di tipo alberghiero. L’aiuto del professore, cioè io, ha il compito di non far percepire a quel plotone di pazienti privilegiati alcuna differenza con un ospedale pubblico, garantendo loro un’assiduità assistenziale costante e regolare. Quasi come se fossero in un ospedale vero.
«Buongiorno, professore» dico a voce alta entrando nello spogliatoio, mentre con un semplice sollevamento del mento saluto l’anestesista e lo specializzando che si stanno cambiando. «Paziente, tutto a posto, professore. Gli esami del sangue che ieri erano appena mossi, dopo le opportune correzioni sono rientrati nella norma. Sta entrando in sala in questo momento».
Il professor Riboldi annuisce con un’impercettibile flessione del capo mentre è intento a riporre alcuni oggetti all’interno del suo armadietto.
Se uno lo vedesse per la prima volta in questo momento penserebbe di avere davanti il dottor Gibaud in persona: ha più fasce elastiche lui che l’omino della Michelin. Ne ha aggiunta più o meno una all’anno, e io che con lui ci lavoro da vent’anni le conosco tutte, una per una. A vederlo quando è vestito non sembrerebbe così cagionevole. Forse è proprio tutta quell’impalcatura a tenerlo su. Non lo so. Comunque, a parte i numerosi acciacchi da usura, si presenta ancora bene. Sopra il metro e ottanta, asciutto e longilineo, è ancora un bell’uomo e dimostra meno dei suoi quasi settant’anni. Da quando si è tolto la barba, poi, ancora meno. Di lui la prima cosa che noti sono le mani, allo stesso tempo forti ed eleganti, e quelle sue dita così affusolate e sottili, da pianista mancato.
È un grande chirurgo, e in sala operatoria continua ad avere una resistenza infinita. Gli ho visto fare cose che spero non mi capiti mai di dover replicare un giorno. Ha tecnica, metodo, e non perde mai il controllo. Ha scarsissima empatia e il sangue freddo di un crotalo. Si sente il depositario dei dettami della Scuola e ci crede. Ci crede davvero.
Un difetto? Non sa cosa sia l’autocritica. Lui sbaglia raramente. Molto, raramente. Quasi mai. Anche perché, come la maggior parte dei chirurghi che ho conosciuto, è in grado, con il tempo, di rielaborare gli insuccessi e anche a distanza di anni riuscire a trovare una giustificazione postuma a quello che a tutti, allora, era sembrato superficialmente un errore e basta.
A parte questo, è il mio maestro. Un grande maestro. E oggi sembra in stato di grazia.
Ogni volta che osservo affascinato le sue mani scivolare leggere tra i visceri penso che mi piace operare, ma mi piace anche aiutare. Sì, perché se aiuti bene senti come di avere l’intervento in mano, e percepisci chiaramente, a ogni gesto giusto, la riconoscenza silenziosa di chi stai aiutando. E questo è oltremodo gratificante.
Il chirurgo operatore ha dannatamente bisogno d’aiuto, di avere di fronte uno che passo passo gli dispone in modo ottimale il campo operatorio, che lo anticipa nei gesti quel tanto che basta per esporre le strutture anatomiche come lui stesso vorrebbe, senza mai dargli l’impressione che lo stia guidando o forzando a fare cose che in realtà non avrebbe voluto fare. È un sottile gioco psicologico, perché più il chirurgo è bravo, più è permaloso. Deve sempre avere la sensazione chiara e precisa di essere lui a condurre il gioco, lui e nessun altro.
Quando riesci a raggiungere questo, sei diventato un buon Aiuto e, contemporaneamente, ti sei reso in qualche modo indispensabile. Con discrezione.
In gergo calcistico, l’Aiuto ideale sarebbe il mago degli assist. Quello che prepara il gol, che fa i lanci decisivi per mettere il centravanti in condizione di spingere la palla in rete più e più volte, lasciandogli però sempre la convinzione che gol e risultato finale siano tutta e soltanto opera sua.
«Non male oggi, De Santis». In pubblico il professore mi dà rigorosamente del lei. «Di questo passo, tra una ventina d’anni, dovrò cominciare a guardarmi le spalle da lei…» mi dice a un certo punto senza distogliere lo sguardo dal campo operatorio. È il massimo dell’apprezzamento di cui è capace, e nel dubbio che il complimento possa essere recepito come tale, il limite temporale rimette subito le cose al loro posto.
Tra lui e me pochissime parole. Pensieri, per lo più. Tanti, e quasi sempre contrastanti. A stare con lui ho dovuto imparare a dire una cosa e pensarne un’altra. Ma non nel senso di doppiezza o menzogna. La definirei piuttosto diplomazia, buon senso, ricerca continua di un ragionevole compromesso. Un po’ il gioco delle parti. Il rispetto dei ruoli, ecco. Lui primo attore e io la sua spalla. Fare il Primo Aiuto è un po’ come essere un bodyguard. Devi anticiparlo, fisicamente e mentalmente, prevedere gli ostacoli e scansarli prima che lui passi. Essere sempre disponibile, giorno e notte, sabati e domeniche. Una vita in comune.
Qualcuno ci ha paragonato al paguro Bernardo e l’attinia.
Io, nella testa di Valeria, credo di essere il paguro.
«Tu e il tuo professore!» è solita urlarmi ogni volta che vuole sbattermi in faccia la sua esasperazione, l’esaurimento della sua tolleranza per quel rapporto simbiotico e invadente. In pratica ogni volta che c’è un cambio inatteso di programma, o quando non si può nemmeno pensare di farlo, un programma. «Fra un po’ dovrai chiedergli anche il permesso per andare in bagno, o peggio. Io davvero non so come tu possa arrivare a questi livelli. Sono vent’anni che dobbiamo sobbarcarci tutto il caldo di agosto in città perché così lui, poverino, può andare in montagna. Lui, deve. E tu? E noi?»
Più o meno un copione che si ripete puntuale ogni anno, da vent’anni, a tutti i ponti, vacanze e feste comandate. Una delle cause principali di litigio cronico con Valeria.
«Un giorno magari mi spiegherai perché, che vantaggio ne hai, cosa diavolo ti ha promesso in cambio per questa dedizione cieca e sorda che a me pare solo malsana, patologica e anche autolesionista, se proprio vuoi che te lo dica».
Perché? Ma perché lui conta su di me. Si fida di me. E io non posso deluderlo. In cambio? Avere la sua stima e considerazione. Poterlo osservare da vicino mentre lavora e rubargli tutto quello che posso. Imparare il mestiere, insomma. E dal migliore dei maestri. Tutto qui.
Ma questo, Valeria, proprio non lo capisce.
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