Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)
Il tascapane
Tino rimase in piedi con lo sguardo fisso per qualche istante, imbambolato, finché non gli arrivò tra capo e collo un ruvido scappellotto dalla mano nodosa del faisc, il suo padrone.
Ruscà, lavorare, sempre lavorare! Era stufo Ernestino, ma non aveva alternativa da quando lo zio, ormai il capofamiglia dalla morte di suo papà, lo aveva affidato a uno spazzacamino in partenza verso Nord.
Se lo ricordava bene quel brutto giorno, anche se era bambino, appena tornato dall’alpeggio dopo la stagione estiva trascorsa a badare alle vacche. Non era poi tanto male lassù in montagna: freddo sì, c’era freddo di notte e durante i temporali aveva un po’ di paura, ma con lui c’era suo cugino e nella stalla, sotto la paglia, si stava bene, era protetto, e almeno il latte non mancava mai.
Un paio di settimane in paese, giusto il tempo di levarsi una volta la terra dai piedi, ed ecco che bisognava ripartire, questa volta per la stagione nera. Ormai, a sette anni, Tino era grandicello e doveva pur guadagnarsi il pane. Suo fratello era partito già da tempo, chissà dov’era, e le sorelline piccole, Ada e Lucia, avevano bisogno della mamma. Lui non più, era un ometto e poi in quella casa sulle montagne della Valle Vigezzo c’erano troppe pance che avevano fame. Meno male che c’era Francesco, arrivato fin lì da Cannobio a cercare un rusca da portarsi dietro.
Pronti, via. Un sacchetto di stoffa con quattro mutandine logore, un maglione tarlato ma caldo, un paio di pantaloni rinforzati nel sedere e quattro calze di lana grezza fatte dalla nonna che, chissà perché, adesso piangeva.
«Mettiti gli zoccoli, dai, e ricordati il tascapane. Dentro c’è una fetta di pane, una di formaggio e una mela renetta. È bacata ma buona. Tienila dacconto. Mi raccomando: non farci vergognare di te, ubbidisci e non fare storie».
Tino partì con Cecco camminando dietro al carretto cigolante su cui erano piazzati ben bene tutti gli attrezzi da lavoro: le raspe, i risciun e gli spazzoloni già sporchi di fuliggine. Per Tino quella fu la prima volta che vide il lago. Ne aveva sentito parlare tanto dai grandi che avevano viaggiato fino in Svizzera, ma certamente non immaginava che fosse tanto ampio da togliere il fiato. Tremò quando Cecco gli disse che sarebbero dovuti salire in barca. Forse sarebbero sprofondati sotto quel blu, laggiù in fondo, dove l’acqua era nera come la sua giacchetta. Gli venne un groppo in gola.
Invece no, il viaggio era appena iniziato, sarebbero arrivati man mano in un paese tanto lontano che non avrebbero capito i discorsi della gente, ma dove avrebbero guadagnato parecchi cod, tanti soldi. Così disse Cecco e lui gli credeva. Era il suo capo e doveva saperla lunga.
Ora Tino era lì, incantato in un salotto ampio, caldo e pulito, davanti a un enorme camino di una strana forma, tutto rivestito di piastrelle bianche e azzurre, più azzurre del Lago Maggiore quando c’è bel tempo. Chissà se c’erano dipinte anche le sue montagne e la sua casa? Un po’ più in alto, al di sopra dell’apertura in cui poi si sarebbe dovuto infilare, vedeva anche la figura di Gesù in croce, quasi uguale a quello nella chiesa del suo paese, dove la mamma lo portava tirandolo per le orecchie alle feste comandate. Di camini ormai ne aveva puliti cento e cento prima di arrivare in Olanda, in quel posto che si chiamava Delft (non riusciva nemmeno a pronunciarlo!), ma uno così bello non l’aveva mai visto: bello da piangere. E la mamma? Cosa stava facendo?
Improvvisamente si aprì una porta e arrivò lo scappellotto.
«Saluta!» disse Cecco.
Una donna, di un biondo come quello delle giovani radici di patata, gli si avvicinò, sorrise e disse qualcosa che Tino non capì. Gli offrì su un piattino una fetta di un dolce formaggio giallo con i buchi grandi, del pane scuro e mezza mela. Già sbucciata. Tino la guardò negli occhi, lei gli accarezzò i capelli arruffati e gli fece cenno di mangiare. Niente era più stato così buono da tanto tempo. Deglutì, si calcò in testa il berretto infeltrito che gli salvaguardava occhi e bocca dalla polvere ed entrò a testa alta dentro al lungo corridoio buio che lo fece salire fino al cielo.
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