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Collana Penna d'oro

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LIBRO PRIMO - aprile 1665

CAPITOLO I

Il droghiere e la sua famiglia

Vi amo e voglio farvi mia!

Una sera, verso la fine dell’aprile 1665, la famiglia di un onesto cittadino londinese che esercitava la proficua attività di droghiere all’ingrosso in Wood Street, a Cheapside, era riunita, come di consueto, per la preghiera. Il nome del droghiere era Stephen Bloundel e la sua famiglia era composta dalla moglie, tre figli e due figlie; teneva inoltre in casa un apprendista, una donna anzianotta che fungeva da cuoca e il figlio di lei, un giovanotto di circa venticinque anni che lavorava nel negozio come portiere e uomo di fatica, e infine una ragazza di servizio. Tutta la famiglia era presente, compresa la servitù: il degno droghiere infatti, stretto osservante dei suoi doveri religiosi, nonché di una rigida disciplina in tutti gli altri ambiti, non ammetteva che nessuno, a meno che fosse indisposto, mancasse per alcun motivo alle orazioni del mattino e della sera, che venivano sempre recitate alle ore stabilite. La conduzione della casa era scandita con la regolarità di un orologio in ossequio all’intento del padrone di non lasciar passare neppure una sola ora del giorno senza profitto.

Terminate le preghiere ordinarie, Stephen Bloundel innalzò all’Altissimo una lunga e fervente supplica per la protezione contro l’esiziale peste che flagellava la città. Riconobbe che questo terribile castigo divino le era stato giustamente inflitto per la malvagità dei suoi abitanti che meritavano tale sorte, per quanto spaventosa fosse perché, come gli abitanti di Gerusalemme prima che finisse in rovina e desolazione, “avevano deriso i messaggeri di Dio e disprezzato la Sua parola”; come dice il profeta “si erano rifiutati di ascoltare, avevano scrollato le spalle e tappate le orecchie per non sentire, avevano indurito il loro cuore come una pietra diamantina per non ottemperare alle parole della legge che il Signore degli eserciti aveva inviato loro per mezzo di antichi profeti”.

Ammise che i peccati di Londra erano enormi, intrighi, eresie, lotte intestine, sedizioni, assassinii, orge, ubriacature e ogni genere di aberrazioni; i precetti di Dio venivano trascurati mentre ogni tipo di vizi era apertamente praticato e nonostante i ripetuti ammonimenti e i flagelli divini meno dolorosi di quello presente, la gente aveva perseverato in una condotta viziosa. Pur riconoscendo con umiltà tutto ciò, implorava la misericordiosa Provvidenza che in considerazione dell’integrità dei suoi pochi servi fedeli, volesse risparmiare gli altri ancora per un po’ di tempo e dar loro un’ultima possibilità di pentirsi e ravvedersi. Se però questo non fosse più possibile e la loro totale estirpazione fosse inevitabile, supplicò di preservare dalla distruzione generale le abitazione dei devoti affinché divenissero un rifugio come quello che Zoar offrì a Lot. Concluse esortando seriamente quelli intorno a lui a mantenere costantemente sempre alta la guardia, a non criticare la condotta di Dio e i suoi decreti, ma di comportarsi in modo che potessero «superare il giorno dell’ira, il giorno della morte e il giorno del giudizio».

L’esortazione suscitò un potente effetto sui suoi ascoltatori, alcuni si alzarono con uno sguardo compunto, altri addirittura terrorizzato. La terribile pestilenza a cui faceva riferimento il droghiere era iniziata nel 1663 quando aveva ucciso più di un terzo della popolazione di Amsterdam e di quella di Amburgo, più o meno nello stesso periodo e nello stesso modo. Nonostante tutti i tentativi di interrompere le comunicazioni con quei paesi, l’insidiosa malattia aveva trovato il modo di penetrare in Inghilterra, come si suppose, per mezzo di lotti di mercanzie, verso la fine dell’anno 1664, quando improvvisamente a Westminster morirono due persone con gli indubbi sintomi della peste. La sua successiva comparsa la fece in una casa di Long Acre e le sue vittime furono due francesi che avevano importato merci dal Levante. Soffocata per un breve periodo di tempo, divampo’ con rinnovato vigore, come un fuoco su cui fosse stato ammucchiato del carbone. A questo punto cominciò la costernazione dell’intera città presa dal panico: non si parlava d’altro che della peste, nulla si progettava se non di sistemi per arrestare il suo corso, lugubri pensieri ossessionavano la mente di tutti.

Come un orribile fantasma che incombesse minaccioso sulle strade anche alla luce del mezzodì, spaventando tutti al suo passaggio, la morte faceva il suo corso attraverso Londra e selezionava a suo piacere la preda. Il terrore veniva fomentato da predizioni sconsiderate sul gran numero di persone che sarebbero morte per il castigo divino, dai pronostici degli astrologi, dalle profezie degli invasati, dalle invettive dei predicatori, e dai prodigi che si diceva si fossero verificati. Durante il lungo e gelido inverno che precedette quell’anno fatale apparve una cometa nei cieli e la sua pallida luminescenza fu creduta foriera dell’incombente pericolo; erano state viste anche delle stelle cadenti e meteore di luce sinistra di forme strane e contro natura. Si diceva che il sole avesse fatto scorrere fiumi di sangue e la luna avesse emanato una luce che non lasciava riflettere ombre, di notte apparivano figure terrificanti, nell’aria si udivano strane grida e gemiti, si scorgevano in cielo carri funebri, bare e mucchi di cadaveri insepolti e nel fossato della Torre furono trovati coaguli e grossi grumi di sangue. Era inoltre arrivata una straordinaria doppia marea al ponte di Londra. Tutti questi prodigi, riferiti ripetutamente, venivano per lo più creduti.

Il gelo intenso non si allentò prima della fine di febbraio e, con il disgelo, la virulenza del morbo crebbe spaventosamente. Da Drury Lane si estese verso Holborn, a est fino a Great Turnstile, a ovest fino a St. Giles’s Pound e da lì alla Tyburn Road. Successivamente si infettò la zona di St. Andrew’s Holborn, una parrocchia molto più popolosa delle precedenti e i decessi furono più numerosi. Per un po’ l’epidemia si arenò a Fleet Ditch; indi superò questo stretto limite e, salendo su per la collina di fronte, provocò una terribile devastazione a St. James’s, Clerkenwell. Nello stesso tempo attaccò St. Bride’s, assottigliò i ranghi delle orde di ladri che impestavano Whitefriars e, procedendo la sua corsa verso ovest, decimò St. Clement Danes. Fino ad allora il centro di Londra ne era rimasto indenne. La falce devastatrice non era passata per Ludgate o Newgate, ma aveva assediato le mura dei dintorni come un nemico in attesa. Tuttavia pochi giorni prima dell’inizio di questa storia, con il bel tempo, l’orribile malattia incominciò a crescere e, irridendo tutte le precauzioni e gli ostacoli, esplose nel cuore della fortezza e precisamente in Bearbinder Lane, vicino allo Stock’s Market, dove morirono nove persone.

In un momento così terribile si può immaginare come potesse essere accolto l’impressionante sermone del droghiere da tutti gli astanti, persuasi che la pestilenza non fosse solo un orribile flagello da cui pochi avrebbero potuto scampare, ma anche una diretta manifestazione della collera divina. Nessuno aprì bocca. Blaize, il portiere, e la vecchia Josyna sua madre, insieme a Patience, la ragazza di servizio, ritornarono in silenzio in cucina profondamente turbati. Leonard, l’apprendista, si soffermò un momento per cogliere uno sguardo dei dolci occhi blu di Amabel, la figlia maggiore del droghiere, perché per lui perfino la peste passava in second’ordine quando lei era presente, ma fallito il tentativo, emise un profondo sospiro, che fortunatamente ben si conciliava con il senso del discorso appena concluso del suo avveduto padrone, e si recò in bottega dove si industriò a mettere ordine per la chiusura notturna. Leonard aveva appena compiuto ventun’anni, mancavano ormai solo pochi mesi al termine del suo apprendistato, e incominciava a pensare di ritornare a Manchester, la sua città natale, dove intendeva stabilirsi e dove un tempo aveva ardentemente sperato che la bella Amabel lo avrebbe accompagnato come sua sposa. Non che egli avesse mai osato dichiararle la sua passione, né che avesse ricevuto un sufficiente incoraggiamento per avere la certezza che, se si fosse dichiarato, sarebbe stato accettato, ma essendo “alto e con i requisiti adatti” e avendo una discreta fiducia nella sua bella presenza, si era avvicinato al suo scopo prima dell’inizio di questa storia. Le sue attuali apprensioni furono causate dal mutato atteggiamento di Amabel nei suoi confronti e da un rivale, che egli aveva ragione di temere l’avesse completamente spodestato nelle sue buone grazie. Cresciuti insieme fin da tenera età, la figlia del droghiere e il giovane apprendista, si erano considerati all’inizio come fratello e sorella. Gradualmente i sentimenti erano cambiati: Amabel era diventata più riservata ed erano diminuite le occasioni di relazioni con Leonard che, sempre indaffarato con i propri impegni, aveva pensato poco a lei. Ma, con il crescere della sua virilità, non poté rimanere insensibile alla sua straordinaria bellezza, perché straordinaria lo era veramente e tale da attirare l’attenzione su di sé dovunque ella andasse, tanto che la “figlia del droghiere” divenne l’argomento di conversazione preferito tra i giovani galanti della città, molti dei quali avevano cercato di parlarle. I suoi genitori tuttavia erano fin troppo attenti per permettere tali approcci. Amabel, alta di statura, dal corpo slanciato e squisitamente armonioso, dai lineamenti fini e delicati, aveva occhi di un blu dolcissimo e folti capelli di un intenso, luminoso color castano. Le altre sue attrattive devono essere lasciate all’immaginazione e si può aggiungere solo che era nel fiore dei suoi diciott’anni e aveva tutta la freschezza, l’innocenza e la vivacità del periodo più affascinante della vita di una donna. Non c’è dunque da meravigliarsi che conquistasse ogni cuore, né che, in un’epoca in cui l’arte del corteggiamento era più in voga di oggi, ella fosse assediata dagli ammiratori. Naturale perciò che l’apprendista di suo padre si fosse innamorato perdutamente di lei e ne fosse allo stesso tempo altrettanto geloso.

Il dieci di aprile di quello stesso anno, due galanti cavalieri, riccamente vestiti, giovani e di bell’aspetto, si fermarono alla porta del negozio del droghiere, lasciarono i destrieri alla cura dei loro attendenti ed entrarono in bottega. Fecero molti acquisti di conserve, fichi e altra frutta secca, si intrattennero a chiacchierare con il droghiere e indugiarono così a lungo che alla fine egli incominciò a sospettare che lo facessero di proposito. All’improvviso però non si trovarono d’accordo per una questione futile; Bloundel non avrebbe saputo dire per quale motivo, né forse avrebbero potuto dirlo gli stessi contendenti, ammesso che la loro lite non fosse stata concertata di proposito, ma volarono parole grosse e un attimo dopo sguainarono le spade e si scambiarono colpi furiosi. Il droghiere per separarli chiamò il figlio maggiore, un robusto giovane di diciannove anni, e Leonard. L’apprendista prese il suo randello, nessun apprendista in quei tempi ne era privo, e si precipitò verso i combattenti, ma prima che potesse interferire la zuffa giunse a termine.

Uno dei due aveva ricevuto un colpo e, avendo lasciato cadere l’arma, l’antagonista si era dichiarato soddisfatto e se n’era andato salutando cerimoniosamente. L’uomo ferito avvolse un fazzoletto di pizzo attorno al braccio e, subito dopo si lamentò di una grande debolezza. Impietosito dalla sua condizione, non sospettando alcun inganno, il droghiere lo fece entrare in una sala interna, dove gli furono offerti dei cordiali dalla signora Bloundel e da sua figlia Amabel, entrambe allarmate dal fracasso dello scontro. In breve il ferito si riprese tanto bene da essere in grado di conversare con le sue soccorritrici, specialmente con la più giovane e, dopo che il droghiere era tornato in bottega, i suoi discorsi si fecero così animati e teneri che la signora Bloundel ritenne prudente far cenno alla figlia di ritirarsi. Amabel obbedì mal volentieri, poiché il giovane forestiero era di così bella presenza, ben vestito, con un’aria distinta e maniere così accattivanti che lei si sentiva fortemente attratta da lui e ben disposta nei suoi confronti. Un secondo sguardo della madre la costrinse però a dileguarsi, né riapparve più.

Dopo aver atteso per qualche tempo con malcelata ansia di rivederla, il cavaliere si alzò subissando la donna di ringraziamenti e non se ne andò prima di aver chiesto il permesso di ritornare. Cosa che gli fu perentoriamente negata ma, nonostante la proibizione il cavaliere tornò il giorno seguente.

Il droghiere in quel momento era fuori bottega, il cavaliere probabilmente aveva seguito le sue mosse perché infischiandosene delle proteste del giovane Bloundel e di Leonard, marciò dritto nella sala interna, dove trovò la signora Bloundel e sua figlia, che rimasero molto sconcertate dalla sua apparizione. Amabel si alzò subito con l’intenzione di ritirarsi, ma il cavaliere la prese per un braccio e la trattenne. «Non mi sfuggite, Amabel,» gridò con un tono appassionato, «ma concedetemi di dichiarare l’amore che nutro per voi. Non posso vivere senza di voi».

Amabel, col viso e il collo avvampati di macchie scarlatte abbassò gli occhi allo sguardo ardente del giovane e cercò di ritirare la mano.

«Una sola parola,» continuò lui, «e vi lascio. Vi sono del tutto indifferente? Rispondetemi sì o no!»

«Non rispondergli, Amabel,» si intromise la madre, «ti sta ingannando. Non ti ama, ti rovinerebbe. Cos’ agiscono i farfalloni di corte. Digli che lo odi, bambina mia, e ordinagli di andarsene».

«Ma io non posso dirgli una falsità, madre,» rispose Amabel ingenuamente, «perché io non lo odio».

«Dunque, voi mi amate,» gridò il giovane cadendo in ginocchio e premendo la mano di lei sulle sue labbra, «ditemelo e fate di me il più felice degli uomini».

Ma Amabel si era ripresa dalla confusione in cui era caduta e, allarmata dalla sua stessa sconsideratezza, ritirò la mano con forza, esclamando con tono freddo e con molta dignitosa compostezza: «Alzatevi, signore, non posso tollerare queste libertà. Mia madre ha ragione. Avete cattive intenzioni».

«No, per l’anima mia!» gridò appassionatamente il cavaliere, «vi amo e voglio farvi mia».

«Non ne dubito,» osservò la signora Bloundel con un tono sprezzante, «ma non con il matrimonio».

«Si, con il matrimonio,» rispose il seduttore alzandosi, «se lei acconsentirà, io la sposerò immediatamente».

Amabel e sua madre parvero entrambe sorprese dalla dichiarazione del giovane, pronunciata con un tale fervore che non sembrava lasciare dubbi sulla sua sincerità, ma la madre temendo ancora qualche inganno, rispose: «Se siete sincero e amate veramente mia figlia, come date a vedere, questo non è il modo di conquistarla in quanto, sebbene lei non possa avere alcuna pretesa di sposare qualcuno del rango a cui voi sembrate appartenere, né sarebbe felice se lo facesse, e se anche fosse lei chiesta in moglie dal più nobile della terra, io non permetterò mai, finché potrò evitarlo, che sia così facilmente conquistata. Se le vostre intenzioni sono serie, dovrete prima di tutto rivolgervi a suo padre e se sarà d’accordo, cosa di cui dubito molto, potrete diventare suo corteggiatore e io non avrò nulla da obiettare. Fino ad allora vi prego di non importunarla più».

«E altrettanto farò io,» aggiunse Amabel, «non posso darvi alcuna speranza finché non avrete parlato con mio padre».

«E così sia,» rispose il corteggiatore, «attenderò qui il suo ritorno». Così dicendo stava per sedersi, ma la signora Bloundel glielo impedì.

«Non posso permettervelo, signore,» esclamò, «la vostra attesa potrebbe, per quanto ne so, provocare scandalo sulla mia casa; sono sicura che darebbe fastidio a mio marito. Io non conosco il vostro nome, né le vostre condizioni. Voi potreste essere un uomo di rango oppure un libertino di quella ciurma sacrilega che bazzica a corte. Potreste essere il peggiore di tutti loro, perfino lo stesso Lord Rochester. Ha pressapoco la vostra età, ho sentito dire, e per quanto giovane d’anni, è un veterano in fatto di libertinaggio. Ma chiunque voi siate, e qualunque sia il vostro rango e la vostra posizione, a meno che le vostre qualità morali non superino l’esame più severo, io sono certa che Stephen Bloundel non darà mai il suo consenso alla vostra unione con sua figlia».

«Oh, mamma!» osservò Amabel, «voi giudicate questo gentiluomo ingiustamente. Io sono sicura che non è né un libertino né ha compagni di tale specie quali li malvagio Lord Rochester!»

«Non pretendo di essere migliore di quello che sono,» rispose il giovane reprimendo un sorriso che gli era spuntato sulle labbra alle parole della signora Bloundel, «ma cambierò quando mi sposerò. Sarebbe impossibile essere incostante con una creatura così bella come Amabel. Per quanto riguarda il mio rango, io non ne ho, la mia condizione è quella di un privato gentiluomo, il mio nome è Maurice Wyvil».

«Quel che dite di voi, signor Maurice Wyvil, mi convince che incontrerete un netto rifiuto da parte di mio marito» replicò la signora Bloundel.

«Confido del contrario,» rispose Wyvil, lanciando un tenero sguardo ad Amabel, «ma se fossi così fortunato da ottenere il suo consenso, avrei il vostro?»

«È troppo presto per questa domanda,» rispose lei arrossendo intensamente, «e ora, signore, sicuramente dovete andarvene, davvero indisponete mia madre».

«Se non indispongo voi, io resterò,» riprese Wyvil con uno sguardo implorante.

«Voi mi indisponete» rispose lei distogliendo lo sguardo.

«Devo strapparmi a forza da voi,» aggiunse lui, «ma tornerò presto sperando di trovare vostro padre col cuore meno duro di quanto me l’abbiate presentato». Fece per stringere Amabel tra le braccia e forse le avrebbe rubato un bacio se sua madre non si fosse precipitata tra di loro.

«Basta con le libertà, signore,» gridò furiosamente, «niente maniere di corte qui. Se avete intenzione di sposare mia figlia, dovete comportarvi più decorosamente, ma vi posso assicurare che non avete nessuna probabilità di successo».

«Il tempo lo dimostrerà,» rispose audacemente, «avreste fatto meglio a darmela senza porre ostacoli e risparmiarmi il disturbo di portarvela via, perché pur di averla, lo farò».

«Misericordia!» gridò allora allarmata la signora Bloundel, «ora le sue intenzioni malvagie sono chiare».

«Niente paura, mamma,» intervenne Amabel con calma, «non mi porterà via senza il mio consenso e non sono disposta a sacrificarmi per uno che mi tiene in così scarsa considerazione».

«Perdonatemi, Amabel» riprese Wyvil, con una voce così contrita che cancellò all’istante il disappunto di lei. «Non intendevo offendervi, ero fuori di me. Non mandatemi via così, altrimenti resterò lungo e disteso morto alla vostra porta».

«Me ne dispiacerebbe,» gli rispose Amabel, «ma priva d’esperienza qual sono, capisco che le vostre non sono parole di rispettoso riguardo, ma di furiosa passione».

Un’ombra scura passò sul bel viso di Wyvil e la bellezza quasi femminea che lo caratterizzava si irrigidì in una espressione audace e minacciosa. Controllandosi con grande sforzo dichiarò con calma forzata: «Amabel, voi non sapete cosa voglia dire amare. Non mi muoverò di qui finché non avrò visto vostro padre».

«Questo lo vedremo, signore!» esclamò indignata la signora Bloundel.

«Ehi, Stephen, figlio mio! Leonard! Questo signore vuole restare qui che mi piaccia o no: cacciatelo via!»

«Lo farò molto volentieri!» l’assicurò l’apprendista e si precipitò contro di lui, prima del giovane Bloundel, agitando il suo formidabile bastone e urlando: «Fuori di qui, messere. Andatevene!»

«Non ai tuoi ordini, sfacciato furfante,» ribatté Wyvil posando la mano sulla spada, «e se non fosse per la presenza della tua padrona e della sua amabile figlia, ti taglierei le orecchie per la tua insolenza».

«La loro presenza non mi impedirà di far assaggiare il mio randello alle vostre spalle, se non vi muovete!» lo incalzò l’apprendista risolutamente.

Imbestialito dalla secca risposta, Wyvil avrebbe sguainato la spada, ma un colpo sul braccio lo bloccò. «Ti colga la peste, compare!» lo incalzò Wyvil. «Te ne pentirai fino alla fine dei tuoi giorni».

«Minaccia coloro che ti danno retta» replicò Leonard pronto a fargli assaggiare nuovamente il bastone.

«Non fargli altro male!» gridò Amabel fermando la sua mano e guardando con compassione Wyvil, «l’hai già trattato troppo duramente!»

«Poiché godo della vostra comprensione, dolce Amabel, non m’importa di essere offeso da questo zoticone. Ci incontreremo presto». E con queste parole, inchinandosi verso di lei, lasciò la stanza.

Leonard lo seguì alla porta della bottega, sperando di trovare ulteriori pretesti di litigio, ma la sua speranza andò delusa. Wyvil non badò a lui e s’incamminò a passo lento verso Cheapside.

Mezz’ora dopo Stephen Bloundel al suo ritorno a casa fu informato di quanto successo, ne fu oltremodo irritato, ma non lo diede a vedere e lodò invece molto la condotta di sua figlia. Senza ulteriori commenti continuò a badare ai suoi affari e rimase in negozio fino all’ora di chiusura del negozio. Wyvil non tornò e il droghiere cercò di persuadersi che non l’avrebbe più rivisto. Prima che Amabel andasse a letto, la baciò sulla fronte candida come la neve e con un tono di estrema benevolenza le disse: «Tu finora non mi hai mai ingannato, bambina mia, e spero che non lo farai mai. Dimmi: ti interessa veramente questo giovane cavaliere?»

Amabel arrossì violentemente: «Io non direi la verità, padre,» aggiunse dopo una pausa, «se vi dicessi di no».

«Me ne dispiace,» osservò gravemente Bloundel, «ma non saresti felice con lui. Sono sicuro che è uno senza principi e dissoluto, lo devi dimenticare».

«Cercherò di farlo» promise Amabel. E la conversazione terminò lì.

Il giorno seguente Wyvil entrò in negozio ancor più riccamente vestito del solito e con un’arroganza di maniere che finora non aveva dimostrato. Cosa si dissero lui e il signor Bloundel non si seppe, in quanto quest’ultimo non ne fece mai parola, ma lo si può immaginare dato che il giovane cortigiano non ebbe il permesso di vedere la figlia del droghiere. Da questo momento iniziò quel mutamento nella condotta di Amabel nei riguardi di Leonard a cui si è accennato precedentemente. Sembrava che lei sopportasse a fatica la sua presenza e cercasse scrupolosamente di evitarlo. Lei che era di solito allegra e di buon umore, diventò pensosa e riservata, sua madre la colse una volta in lacrime e fu evidente da molti segnali che Wyvil occupava completamente i suoi pensieri. Pur pienamente consapevole di tutto questo, la signora Bloundel non lo confidò al marito perché da una parte riteneva che l’argomento gli fosse penoso, e dall’altra pensava che la passione non avesse radici profonde e che si sarebbe spenta rapidamente. Ma si sbagliava: la fiamma era tenuta accesa nel petto di Amabel in un modo che lei ignorava totalmente.

Wyvil aveva trovato il modo di eludere la sorveglianza del droghiere e di sua moglie, ma non poté invece ingannare l’attenzione di un innamorato geloso. Leonard scoprì infatti che la donna che amava aveva ricevuto una lettera e, senza tradirla, decise di controllarla da vicino. Quando ella uscì una mattina in compagnia della sorella più giovane, una bimba di circa cinque anni, trovò una scusa per seguirla e, tenutosi a distanza, la vide entrare nella cattedrale, la cui navata mediana era in quel tempo trasformata in passeggio pubblico, affollato da galanti, bulli e pupe e donne di malaffare, nonché da borseggiatori e imbroglioni di ogni genere. In breve, era il ritrovo alla moda dei peggiori soggetti della città. Nel momento in cui Amabel entrò in quell’edificio Leonard si convinse che avrebbe incontrato il suo innamorato; la vide attraversare la folla e attirare l’attenzione generale sulla sua bellezza, ma non vide Maurice Wyvil. Quando però si fermo’ vicino a uno dei pilastri, l’apprendista fece un balzo in avanti e vi scorse nascosto dietro il suo rivale che le stava sussurrando qualcosa nell’orecchio senza che la sorellina se ne accorgesse. A quella vista Leonard si avventò verso di loro come impazzito, ma prima che potesse raggiungerli Wyvil se n’era andato e Amabel, sebbene molto confusa, apparve così indignata che quasi si rammaricò della sua precipitazione. «Voi vorrete certamente far sapere a mio padre quello che avete appena visto, non è vero?» disse a voce bassa.

«Se mi promettete che non lo incontrerete di nuovo, non lo farò» rispose Leonard.

Dopo un attimo di riflessione, Amabel fece la promessa richiesta e tornarono insieme a Wood Street. Con la certezza che lei non avrebbe mancato alla sua parola, l’apprendista si sentì sollevato, ed essendo passata una settimana senza che lei parlasse dell’argomento si illuse che non avrebbe più tentato di incontrare il suo innamorato.

Le cose stavano a questo punto quando la sera della predica del signor Bloundel a Leonard era parso di notare una certa inquietudine nella maniera di Amabel nei suoi confronti e di conseguenza aveva cercato di incrociare il suo sguardo dopo le preghiere. Tentò di distrarsi da questi pensieri, riordinando i diversi prodotti del negozio, quando all’improvviso sentì un passo leggero dietro le spalle e, voltatosi di scatto, vide Amabel che gli sussurrò: «Leonard, ti promisi di dirti se avessi incontrato di nuovo Maurice Wyvil. Egli sarà qui stanotte». E senza dargli tempo di riprendersi dalla sorpresa, sparì.

Per un istante Leonard rimase sbigottito, ripetendo ipnoticamente a se stesso le parole appena udite, riluttante a crederle. Non si riprese neanche quando in negozio entrò il droghiere il quale, notando il suo aspetto sofferente, gli chiese con dolcezza se si sentisse poco bene. L’apprendista rispose in modo evasivo, quasi sul punto di raccontare al suo padrone tutto quello che sapeva, ma cambiò subito idea: mosso da quel sentimento cavalleresco che sempre pervade coloro che amano profondamente, ritenne meglio non tradire la sconsiderata ragazza, ma di confidare solo nel proprio impegno per proteggerla e vanificare le intenzioni del suo rivale. Presa tale decisione, gli rispose che aveva un po’ di mal di testa e tornò lesto al suo lavoro.

Alle nove la famiglia si riunì per la cena. La tavola, pur nella sua semplicità, era imbandita con abbondanza e il droghiere osservò un po’ preoccupato che il suo apprendista, di solito di buon appetito, ora mangiava poco o niente. Lo tenne d’occhio e si convinse che qualcosa lo addolorava. Lontano mille miglia dalla verità e pieno di apprensione per la peste, temeva che Leonard fosse contagiato. La cena era generalmente il momento più piacevole della giornata in casa del droghiere, ma quella volta trascorse abbastanza tristemente e sul finire capitò un fatto che creò un clima di costernazione.

Prima di addentrarci nella narrazione è opportuno completare il ritratto di tutti i componenti della famiglia, a cominciare dal droghiere stesso. Sui cinquant’anni, aveva un aspetto estremamente rispettabile, la fronte alta e ampia, il mento squadrato; la sua integrità e l’amabilità delle sue maniere non erano mai state messe in discussione da nessuno e gli avevano guadagnato la stima di tutti coloro che lo conoscevano e la prudenza unita alla parsimonia, gli avevano permesso di accumulare in trent’anni di lavoro una notevole fortuna. Metodico per natura, nutriva radicati principi religiosi. Il figlio maggiore portava il suo stesso nome, gli assomigliava sia nella persona che nel carattere e prometteva di calcare le sue orme. Dei figli minori, uno aveva dodici anni e l’altro solo circa la metà, ma mostravano già di avere ereditato molte delle buone qualità del padre. Basil, il maggiore, era cresciuto forte e robusto senza mai essere stato ammalato neppure per un giorno, mentre Hubert, il minore, era magro, delicato e cagionevole di salute.

La signora Bloundel poteva essere presa a esempio del miglior genere di dame della città. Pochi erano i suoi peccati veniali e facilmente perdonabili, ma nessun argomento l’avrebbe persuasa a correggerli, per esempio un po’ di ostentazione nel vestire, l’amor proprio per la pulizia e l’ordine della sua casa e un bel po’ di orgoglio per la bellezza dei suoi figli, soprattutto di Amabel, e per la ricchezza e serietà del marito che considerava il più perfetto degli uomini. A parte questi lievi difetti, la sua condotta era esemplare, sia nelle relazioni sociali che in famiglia, dove era la più tenera e la più affettuosa delle mogli e condivideva i rigidi principi morali e la genuina pietà del marito. Piccola di statura, di qualche anno più giovane del marito, paffutella e ben proporzionata, sebbene un poco eccedente nelle misure, aveva la pelle di un caldo colore olivastro, gli occhi neri luminosi, specchio di un buon carattere, e la bocca sempre sorridente, ornata da una bella chiostra di denti. La figlia minore, Christiana, era una bella fanciullina dagli occhi di colomba e dai capelli color stoppa, tra i quattro e cinque anni d’età e condivideva il destino dei figli minori di essere molto coccolata e non poco viziata dai genitori.

La descrizione della famiglia del droghiere sarebbe incompleta se non si parlasse della servitù. La vecchia Josyna Shotterel, la cuoca, era sempre vissuta con il padrone fin da quando s’era sposato, attaccatissima a lui, era una donna forte e robusta sui sessant’anni, con meno acciacchi e con un’indole più mite rispetto alla media delle serve di quell’età. Olandese d’origine, era giunta in Inghilterra da giovane dove si era sposata con il padre di Blaize, che l’aveva lasciata vedova poco dopo. Era un’eccellente cuoca, in verità non sapeva fare nessun altro lavoro; sapeva preparare la birra forte, il sidro e il vin brulé meglio di qualunque oste della città. Era stata inoltre una tenera balia quando ve n’era stato bisogno, i bambini la consideravano una seconda mamma e il suo affetto per loro meritava tale riguardo. Dispensiera perfetta, poteva rientrare nel novero delle donne dalle ricette d’oro e pochi erano i malanni, tra i quali la peste, per il quali ella non sapesse prescrivere rimedi e cure. La sua caritatevole padrona aveva sperimentato la sua abilità nel curare le persone facendole preparare decotti e brodi sostanziosi per i poveri della parrocchia che si rivolgevano a lei in caso di malattia.

Suo figlio Blaize era un tipo forte e tarchiato, con una testa un po’ troppo grossa e le braccia più lunghe del normale. Assillato dallo spettro della peste fin dal suo primo apparire, aveva perduto le poche facoltà mentali che possedeva. A nulla era servito il cercare di combattere la paura o i tentativi di sua madre di prenderlo in giro; leggeva tutti i bollettini dei decessi giornalieri, con gran dovizia su ogni caso; si soffermava sull’angoscia dei sofferenti e controllava l’avanzare dell’epidemia calcolando il tempo che avrebbe impiegato per raggiungere Wood Street. Di giorno parlava della pestilenza e di notte se la sognava; più di una volta mise in allarme l’intera casa urlando di avere bisogno di assistenza con l’idea fissa di essere stato contagiato improvvisamente. Dietro consiglio di sua madre aggiungeva rucola, radici amare e salvia nelle sue bevande fino a renderle nauseabonde da non riuscire a deglutirle e teneva sempre una pallina nel cavo della mano composta da cera, angelica, canfora e altre droghe. Se si avvicinava a un luogo che credeva infetto cominciava a masticare un pezzo di radice di serpente virginiano o zedoaria. Portava appeso al collo un rospo secco come amuleto di sicure virtù. Ogni panacea venduta dai ciarlatani nelle strade lo tentava, e pochi giorni prima aveva speso i suoi ultimi spiccioli per acquistare una bottiglia di acqua contro la peste. Di natura superstiziosa, aveva una assoluta fiducia in tutte le predizioni degli astrologi che avevano pronosticato che Londra sarebbe stata completamente devastata, che l’erba sarebbe cresciuta per le strade e che i vivi non sarebbero stati in grado di seppellire i morti. Tremava ai terribili sermoni dei predicatori che esortavano al pentimento in vista del giudizio universale e rabbrividiva alle spaventose profezie dei pazzi fanatici che vagabondavano per le strade . Considerati i suoi ascendenti astrali, gli parve chiaro che avrebbe corso un gran pericolo verso il venti di giugno e si convinse che sarebbe morto di peste quel giorno. Prima di venire assillato da questo panico, aveva nutrito un tenero attaccamento per Patience, la servetta della cucina, una prosperosa ragazza che si era mostrata accondiscendente, ma di recente il suo amore si era affievolito per lasciare posto a un’unica preoccupazione: tutti i suoi pensieri erano centrati sulla sola idea della sopravvivenza.

Terminata la cena, la famiglia stava augurandosi buona notte quando Stephen, il figlio maggiore del droghiere, nel lasciare la sala barcollò e si lamentò di uno strano giramento di testa che quasi gli offuscava la vista, mentre il cuore gli batteva all’impazzata. Un terribile sospetto s’impossessò del padre che corse verso di lui e mentre lo aiutava a sedersi, Stephen fu scosso da un violento conato di vomito, una schiuma verdastra apparve alla sua bocca e incominciò a delirare: tra le convulsioni dell’ammalato Bloundel gli strappò i vestiti e, dopo una breve ricerca, scorse un bubbone livido sotto il braccio sinistro. Emise un grido d’angoscia: suo figlio era stato colpito dalla peste!

© Edizioni Della Goccia di Indalezio Davide


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