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Collana Giallo Grano

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PROLOGO

Una cena che si protrae da quarant’anni.

Non la stessa cena, e che diamine, altrimenti i commensali oggi sarebbero gonfi come palloni aerostatici intenti a veleggiare verso il Caucaso o il Golfo di Biscaglia.

Intendo diverse, moltissime cene, protagonisti sei individui maschi ultrasessantenni che dal lontano 1984 si ritrovano a cena sei volte all’anno per festeggiare il compleanno di turno.

A dire la verità, questi godibili personaggi nelle prime tre occasioni costituivano solamente un quartetto, poi si aggiunse un quinto elemento e dopo un anno e mezzo il sesto, l’ultimo e definitivo, tra l’altro il più giovane dei sei, colui che ha avuto il grande merito di aver abbassato l’età media del sodalizio.

Non che siano determinanti le statistiche, è solo per mettere ordine, come puntualizzare che ormai da tanti anni le cene avvengono non più nel giorno esatto di un compleanno, o il giorno prima o quello dopo, come converrebbe, ma quando capita, perché s’invecchia, i tempi cambiano, nel corso dei decenni c’è chi ha avuto dei figli, c’è chi si è separato e poi divorziato e poi risposato, c’è chi si è trasferito e poi è ritornato, c’è chi si è trasferito e basta, c’è chi è stato operato all’anca, c’è chi si è rotto una caviglia e poi la gamba gli si è gonfiata come un otre, ed è successo anche che il mondo si sia infilato in una pandemia che ci ha allontanato, e allora sono stati guai, anche se quasi tutti risolvibili, chiamiamoli intoppi seri perché mi sento ottimista, ma le cene sono state per forza di cose messe da parte per alcuni mesi e poi recuperate con un ritmo indiavolato e molto impegnativo per lo stomaco di un ultrasessantenne, ma tant’è.

Qualcuno dei sei ha avanzato l’ipotesi che una storia del genere sia da Guinness dei Primati, o forse l’ha solo pensato. Non se n’è mai fatto niente, perché il rischio di non ottenere la certificazione del record pare quasi certo. È probabile che spuntino dieci francesi – me li immagino bretoni – che ormai decrepiti s’incontrano fin dal dopoguerra in una vecchia e fumosa brasserie, o che un’intera scolaresca molisana si ritrovi dal diploma del 1967 almeno una volta all’anno, per una preghiera e un solenne brindisi davanti alla tomba della professoressa di matematica nonostante le tante insufficienze rimediate: quindi il desiderio di sapere se si è i primi, i migliori, o gli unici viene abbandonato.

Per i sei amici rimane l’orgoglio di aver percorso insieme un’importante e lunga porzione della loro vita, gustando l’ottimo cibo e gli ottimi vini della loro splendida regione, di essere cresciuti letteralmente fianco a fianco: e in nome della fortuna di essere tutti ancora in vita, e in nome di una indubbia e rarissima continuità, sempre tintinnano sei bicchieri che brindano a una vecchia e lunga amicizia.

È facile immaginarli a una di quelle quasi duecentocinquanta cene, non importa il periodo, l’importante è immaginarli non più giovanissimi e preda della inevitabile nostalgia che fatalmente vira verso una altrettanto inevitabile malinconia. Uno dei sei farà una domanda che scatenerà un dialogo serrato, botta e risposta ficcanti, verranno enunciate teorie che non porteranno da nessuna parte, domande retoriche, risposte evasive ed evitate, discorsi che si accavalleranno e molte parolacce – perdonate il cronista fin da subito – le stesse parolacce, soprattutto un paio, forse tre, che uomini adulti, per alcuni minuti prigionieri del passato, infilavano già da ragazzi nel loro intercalare adolescenziale, perché certe cose rimangono, si incistano e non se ne vanno più.

Quindi non è fondamentale che sveli anche solo per sbaglio uno dei sei nomi.

Consideriamoli un’entità, non sei unità, e non saremo lontani dalla verità.

In qualche modo, e prepotentemente, riapparirà il minollo.

«Ma secondo voi, ai tempi dello Chalet mettevamo ancora il minollo?»

«Il minollo? E che cazzo era il minollo?»

«Minchia, non si ricorda più cos’era il minollo...»

«Ma cazzo, il minollo!»

«Intendi allo Chalet in estate o in inverno?»

«E questa che razza di domanda sarebbe?»

«Perché, tu forse portavi il minollo anche d’estate?»

«Questa è forte, lo facevi per difenderti dalle zanzare?»

«Lo riconosco, ho detto una cazzata...»

«Ah, ecco, meno male...»

«Rifo la domanda: secondo voi, ai tempi dello Chalet, lo mettevamo o no il minollo?»

«E io ti ripeto: che cazzo era il minollo?»

«Minchia, sei una partita persa...»

«Comunque, a me pare di ricordare che lo mettessimo ancora, sapete?»

«Ma lo lasciavamo in macchina o lo portavamo con noi dentro allo Chalet?»

«Adesso ne fai troppe di domande, quanti anni sono passati, venti? Trenta?»

«Sì, e poi magari ballavamo In The Name Of Love o Don’t You forget about me fino allo sfinimento... con il minollo...»

«Può essere, non eravamo tanto lucidi a quei tempi, il sabato sera...»

«Secondo me lo lasciavamo nel bagagliaio della macchina, oppure nel guardaroba...»

«Perché, allo Chalet c’era il guardaroba?»

«No, la gente abitualmente buttava a terra i cappotti, le sciarpe e i cappelli, sai?»

«Che bella battuta di merda, potrò non ricordarmi del guardaroba?»

«Io, comunque, il minollo non l’ho mai avuto...»

«Sicuro? Cazzo, ce l’avevano quasi tutti! Tu eri diverso dagli altri forse?»

«Cosa vuoi che ti dica, non ho mai avuto il minollo, è forse un reato?»

«No per carità, ma non incazzarti, però…»

«Comunque tu venivi poco allo Chalet, tu e la tua mania di fidanzarti!»

«Io?»

«Sì, tu, tu, non fare lo gnorri...»

«Che bei tempi erano quelli, vero?»

«Minchia, veramente grandi!»

«L’unica che ci sopportava era la Simo...»

«Vero! Vero! Poveretta...»

«Ma che poveretta, si divertiva come una pazza con noi!»

«Ti ricordi come tiravi le marce alla tua Ritmo sull’ultima salita?»

«Cazzo se mi ricordo, ancora un po’ e il motore fumava».

«Come la chiamavamo la tua Ritmo?»

«Bulbo di ruggine!»

«Certo, anche tu, comprarla di quel colore…»

«Anche tu, però, con quella Renault 5 Alpine Turbo non scherzavi con le marce…»

«Vi rendete conto di quante volte abbiamo rischiato la vita a guidare senza cinture?»

«E perché, sui motorini senza casco?»

«E tu ti ricordi quando fuori dallo Chalet hai fatto quella famosa battuta... qual era?»

«“Sterzando, squartando e squintando”, ecco cosa avevo detto!»

«Geniale, geniale!»

«Insomma, avevamo riso mezz’ora perché… vabbè, non lo dirò il perché, via!»

«Così tanto, dopo, non ci siamo più divertiti».

«Dici? Erano anche i tempi delle feste al Bebel, ricordate?»

«E come si potrebbe dimenticare il Bebel?»

«E delle birre al Bistrot!»

«Come potremmo dimenticare il Bistrot?»

«Ed erano anche i tempi delle vacanze al Valtur».

«A onor del vero avresti dovuto dire alla Valtur».

«A onor del vero? E come cazzo si è messo a parlare questo?»

«Madonna, che casino che facevamo!»

«Signora? Ci porta ancora una bottiglia dello stesso?»

«Minchia, ma se dobbiamo mangiare solo più il dolce, chi beve il rosso con il dolce?»

«Come non detto. Signora, faccia finta che non abbia ordinato niente».

«Comunque io allo Chalet ci sarò andato due volte in croce».

«E che cavolo, e non venivi allo Chalet, e non avevi il minollo, cos’altro ancora?»

«Cazzo me ne frega a me, preferivo andare al cinema, io!»

«Vabbè, contento tu…»

«Poi se prima di mezzanotte volete dirmi cosa cazzo fosse il minollo, ve ne sarei grato per tutta la vita eh?»

«Meriti di non saperlo mai!»

«Io dovrei avere una foto di gruppo in cui uno di noi sei aveva il minollo».

«Cavoli, sarebbe grande, portala alla prossima cena!»

«Sempre se la trovo».

«Cerca di trovarla, am racumand».

«Facciamo un bel brindisi, allora?»

«Il solito brindisi?»

«E certo! Quale se no?»

«Io ho il bicchiere vuoto…»

«Cazzi tuoi».

«Vai! Alla nostra vecchia e lunga amicizia!»

«Poi però me lo dite, amici, cosa cavolo era ‘sto minollo?»

«Comunque, non uno stronzo che mi abbia detto se ai tempi dello chalet mettessimo ancora il minollo, eh? Grazie, grazie davvero, siete proprio dei begli amici di merda!»

Ecco, siamo stati alla famosa Cena dei Sei, famosa almeno per una certa cerchia di persone, senza neanche pagare il conto, in un locale che potrebbe essere nascosto in un vicolo di Ovada come nei dintorni di Acqui Terme o tra i colli del Monferrato casalese. Una conversazione di alto livello, potremmo dire, uno scambio di idee dal linguaggio forbito. Se i soggetti sono sembrati un po’ sboccati, è bene sapere che tra maschi funziona così da sempre. Le signore perdoneranno.

Siamo solo all’inizio e già abbiamo compiuto un notevole salto temporale, balzando da un programma televisivo di fine anni ’70 alle gesta discotecare di un manipolo di amici alla metà esatta degli anni ’80, ma è stato solamente per famigliarizzare, un indizio qui e uno là, con il protagonista indiscusso, il minollo, scaturito dalle menti di Massimo Troisi & C. e, dopo molti anni, ben radicato nei ricordi di sei ragazzi di mezza età e oltre, e chissà di quante altre persone.

Dopo la dovuta premessa e questa sorta di prologo, non posso più tergiversare, tocca fare sul serio. Si tratterà di coinvolgere care amiche e vecchi amici – notare la finezza – di incontrare soggetti persi di vista per quarant’anni, uomini e donne che vivono altrove, anche lontano, o che se abitano a soli trecento metri probabilmente non avranno voglia di richiamare alla memoria ricordi antichi. Si tratterà di creare chat su WhatsApp, di inviare mail con allegati, di attendere con tanta pazienza risposte che faticheranno ad arrivare, di unire gruppetti in un bar per bere un cappuccino in compagnia. E i discorsi svolteranno inevitabilmente verso la pressione sanguigna ballerina, il colesterolo alto o il reflusso gastrofaringeo notturno. Si tratterà di realizzare delle interviste, dei veri faccia a faccia, di non dimenticare niente delle risposte fornite o dei ricordi riacciuffati, di prendere appunti – sullo smartphone o tra le pagine di un quaderno come farebbe un inossidabile boomer? – e poi di distribuire quelle notizie all’interno di un computer, darvi un ordine, arricchirle di pathos, di sentimento, di nostalgia, di malinconia e risate.

Il timore è solo uno: di non farcela. Creando, per di più, aspettative che quelle chat, quelle mail, quelle interviste amichevoli, che le carrambate e tutti quegli incontri potrebbero scatenare.

Ma sarà comunque una cosa bellissima, e passando in rassegna i visi di chi ha attraversato la mia vita in quegli anni immediatamente avverto un fremito che si avvicina parecchio alla felicità, infusa da un mix di termini come amicizia, compagnia, scuola, giradischi, batticuore, feste, concerti, balli, neve, miscela al due.

Tutto cominciò in un preciso inverno, quello del ’75/’76, avevo quindici anni e mezzo e frequentavo il secondo anno di ragioneria, un inverno in cui il minollo non era ancora apparso.

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