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Collana Giallo Grano

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PROLOGO

Pochi giorni a Natale. Il sole tramontava presto dietro la collina, faceva freddo lì a valle. Le luci delle decorazioni erano già accese, in attesa della partenza di tutti gli ospiti che un po’ per volta stavano lasciando le loro camere trascinando con più o meno grazia un bagaglio di medie dimensioni compattato nei trolley di ultima generazione.

Le finestre diventavano buie, una alla volta, ai vari piani. Fuori, poco distante dal portone d’entrata, il parcheggio si riempiva, le auto venivano caricate con valigie e rispettivo giovane proprietario, poi si allontanavano in fretta. L’edificio si stava lentamente, ma in modo costante, svuotando. Restavano illuminati al piano terra gli studi dei professori, del preside, i vani per il personale tecnico. La cucina era ormai al buio.

L’esclusiva International School Sant’Orsola chiudeva per le vacanze di Natale e i ragazzi, un centinaio di adolescenti tra i quattordici e i diciannove anni tornavano dai loro genitori, in Italia o all’estero, per un sano ricongiungimento familiare dopo il primo, lungo, per qualcuno faticoso, round scolastico dell’anno. Ci tornavano quasi tutti consapevoli di essere comunque dei privilegiati. L’istituto stesso compiva una quasi quotidiana e profonda opera di persuasione, al limite della propaganda che, instillata in modo costante, funzionava quasi sempre. E questo nonostante la naturale allergia dei ragazzi nei confronti delle istituzioni scolastiche, almeno di facciata, per restare credibili a se stessi e verso i coetanei.

Caterina, o Cate, come la chiamavano quasi tutti, qualche giorno prima aveva ascoltato il dialogo del Direttore Ermanno Divignani con il custode: il 23 dicembre sarebbero usciti tutti gli studenti, insieme ai professori – due o tre venivano da lontano e alloggiavano in confortevoli stanze con studio a loro dedicate – e il personale – una cuoca, due bidelli che abitavano nel paese vicino. Il custode, Gualtiero Pilato, si sarebbe fermato ancora il 24 fino alle dodici, avrebbe aiutato l’incaricato della lavanderia a ritirare la biancheria usata, già raccolta in grossi sacchi verde chiaro, poi sarebbe tornato anche lui al suo paese: erano accordi da contratto, da troppi anni non si era assentato da quel luogo. Tanto c’era la vigilanza che faceva ronda ogni notte. Divignani era tranquillo, pronto a lasciare anche lui la sua scuola, e ad andarsene a sciare con la famiglia in Svizzera.

Insomma, erano tutti ben contenti, anche abbastanza eccitati, di abbandonare per un po’ quel microcosmo, quel congegno messo in moto e funzionante con mille meccanismi ben oliati, e levarsi da lì, finalmente.

Caterina li aveva sentiti, non aveva propriamente origliato, era stato un ascolto casuale, innocente, e d’altronde non c’era nulla da nascondere: erano tutti nel corridoio, lei appoggiata al davanzale della grande finestra che guardava il giardino, apparentemente persa nei suoi pensieri, il Direttore e Gualtiero non le avevano badato, sapevano già che era una ragazza piuttosto solitaria, spesso silenziosa e che se ne stava per conto suo.

Ma Caterina aveva elaborato quelle informazioni come una rivelazione, e nel suo cervello di sedicenne si era aperta una porta inaspettata per un’imprevista e improvvisa via di fuga, una piccola salvezza personale. Con una certa scaltrezza era poi riuscita a fregare sua sorella nell’ultima telefonata.

«Ciao, Caterina, allora ti veniamo a prendere il ventitré? È arrivata la comunicazione del Preside» le aveva detto Stefania.

«Ah, sì, ma qualcuno si ferma qui, sai? Infatti pensavo, quasi quasi… ho un sacco da studiare, sono indietro di mate e in storia ho fatto pena».

«Ma ci hanno detto che sarà tutto chiuso!»

«Sì, lo dicono, ma non è vero, restano alcuni professori e un po’ di personale, figurati se chiudono tutto questo tempio, non ne varrebbe la pena». Sentiva un silenzio pesante, doveva essere più convincente. «Se mi fermo nelle vacanze la prof di filosofia mi farebbe anche un po’ di tutoraggio per mettermi in pari, ti faccio scrivere da lei, va bene?»

«Ma da dove ti è venuta tutta questa voglia di studiare?»

A Caterina sembrava di vedere la faccia della sorella, le pieghe del suo sorriso scettico e un po’ sarcastico. Che stronza, pensò, ma trattenne il suo “fanculo” e modulò la voce con dolcezza, non troppo querula sennò non ci sarebbe mai cascata.

«Si ferma anche Zoe, sai, quella ragazza americana, così parliamo in inglese, male non mi fa». Sapeva che la sorella conosceva la sua pigrizia, lei che pur sapendo bene la lingua dopo un decennio di lezioni private e soggiorni esteri, non lo parlava volentieri e si ostinava a guardare film e serie doppiati perché anche con i sottotitoli le sembrava di dover fare troppa fatica. Ancora silenzio, ma poi percepì un cedimento.

«Bè, potrebbe essere una bella esperienza… sei sicura di non voler tornare?»

Forse c’era anche una specie di sollievo. Anzi, ne era sicura.

«Sì, Stefi, sono sicura, starò bene». Non aggiunse “starete meglio pure voi”, ma sapeva che sua sorella lo aveva sentito lo stesso.

«Ok, allora, va bene».

Rimasero d’accordo che si sarebbero scambiate i regali di Natale in gennaio. Che si sarebbero sentite al telefono.

Quando fu terminata la comunicazione, Caterina soffiò forte e scoppiò a ridere da sola.

Ce l’aveva fatta.

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