Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)
UNO
Era il 16 marzo, e della primavera non si vedevano le avvisaglie. L’inverno sembrava ancora pulsare sebbene non ne rimanesse che una settimana. Una voglia di vivere gli ultimi momenti sapendo che non sarebbe più ritornato. Perché il prossimo inverno sarà un altro, non questo. E io? Sarei stato diverso il prossimo inverno? Me lo sarei chiesto per tutta la giornata.
Quel giorno ci pensavo, a cosa avrei dovuto fare quell’anno, che al momento mi sembrava identico a tutti gli altri. Rimuginavo davanti alla finestra, ma senza risultati. Mi sforzavo ma le piccole cose, i dettagli della mia vita, sfuggivano come sempre più spesso mi accadeva, mentre delle grandi cose non ero in grado di curarmi. Sapevo che non avrei trovato una risposta, seppur fatta unicamente di immaginazione, eppure provavo una strana euforia che non riuscivo a comprendere. Qualcosa in me stava cambiando?
Osservavo la gente che camminava sotto la finestra incurante dei miei pensieri. Il loro andare e tornare mi cullava ipnotico, avanti e indietro come marionette. La piazza, che vedevo dietro i vetri appena appannati, era l’inizio e la fine del mondo.
Mi voltai e incrociai lo specchio del salotto. Dov’ero rimasto?, mi chiesi. Perché mi distraggo continuamente. E mi ero nuovamente perso, purtroppo.
Era questo il mio destino: la ricerca di una pace che non avrei mai trovato. Sbuffai, e mi opposi a quel pensiero.
Anno dopo anno, essere il centro gravitazionale di me stesso non era servito a nulla. Né a dimenticare, né a ritrovare la gioia di sentirmi realmente vivo. Stavo lì, rannicchiato in quel centro di gravità che mi aveva garantito di non correre troppi rischi, di espormi il meno possibile, evitando di sobbalzare a ogni ostacolo della vita, con l’idea di mantenere la rotta verso un’immaginaria linea che collegasse il mio presente al futuro senza indurmi a incertezze. Un piano preciso, un percorso fluido senza scossoni, lieve come una piuma posata sull’acqua.
Faticoso solo quando ero lucido.
In realtà, sapevo cosa si stava muovendo in fondo a quest’acqua, un mulinello maligno che mi ricordava che oggi era ancora il 16 di marzo, il mio compleanno, ma non solo.
Ero cresciuto ragazzo a Torino e, sempre nella stessa città, ero diventato un adulto e infine un uomo maturo che mai aveva lasciato quei luoghi fatti di portici del centro, di selciati delle piazze, di aria fredda d’inverno negli anni in cui il freddo era concreto e vero anche in città. I corsi lunghi e lineari, gli alberi maestosi, ma anche il degrado, l’abbandono. Il malessere degli anni in cui la città costruita intorno al lavoro si sgretolava, per poi rinascere lentamente.
Semplice osservatore e testimone, nel continuo tentativo di arginare fuori da me tutto ciò che accadeva intorno io non avevo compreso di non essere stato in grado di cambiare la direzione della mia vita. E per andare dove? Avevo paura, questa è la verità. Mettevo argini oltre ai quali ogni fatto, anche quello più vicino, non mi riguardava, e cocciuto nel mio intento di semplificare ogni cosa avevo relegato tutte le persone più prossime come semplici comparse della mia vita.Neppure la perdita dei miei cari avrebbe dovuto scalfire la diga che avevo costruito.
La terra poteva bruciare, i graffi solcare le mie braccia, le burrasche spazzare gli alberi, io avrei comunque passato tutta la vita in questo modo: senza piogge e senza macchie di ruggine, solo un azzurro limpido di acque poco profonde nelle quali poter sopravvivere.
Non sopportavo i rumori, temevo le persone, nel mio cammino non mi sono mai voltato indietro e, qualora lo avessi anche fatto, prima ancora di scorgere gli ostacoli che mi si paravano contro, li eliminavo sistematicamente senza mai affrontarli davvero. Chirurgicamente.
Per questo avevo deciso di studiare medicina: per sapere incidere, rimuovere, eliminare.
E osservando bene la questione del mio incedere nella vita, mi vedevo con un passo incerto, un’andatura curva, instabile, ed è possibile che mi rendessi anche conto di non essere mai stato realmente capace di scegliere direzioni che non fossero già le mie perché già conosciute. E nonostante questa consapevolezza, non avevo fatto nulla per cambiare. La mia fragilità mi faceva sempre temere le conseguenze, senza mai farmi soppesare le possibilità. Tutto si presentava di una difficoltà ingigantita: le strade, le curve, le piogge, i possibili tsunami, le persone… pericolose. A queste condizioni, non avrei accettato neppure il minore dei cambiamenti: le abitudini ben salde, il ritmo dei passi immutato giorno per giorno, camminando in strade dritte come i decumani romani, evitando di volgere lo sguardo a destra o a sinistra davanti a ogni bivio. Come ho vissuto? L’ego a cui badare mi è bastato.
Ma non mi illudevo, la mia non era una condizione egoista dalla quale distaccarmi in caso di necessità, in realtà vivevo come sott’acqua e il poco ossigeno a disposizione lo dovevo centellinare. In questa condizione volevo rimanere il più a lungo possibile, fintanto da poter osservare la perfezione del velo d’acqua che si chiudeva perfettamente sopra di me a proteggermi. Non è stato difficile, gli anni sono passati veloci, non mi ero neppure mai accorto di essere diverso. Almeno in principio. Poi, ho capito cos’ero diventato: un cristallo fragile a cui badare, ma avevo imparato a farlo da me.
In qualche modo quell’equilibrio imperfetto funzionava e proprio quando la continuità delle giornate, dopo altre giornate uguali, portava all’accettazione del mio stato d’animo, è successo qualcosa che non mi sono mai spiegato completamente. Anche quel giorno, destino, era il 16 marzo. Un altro ancora, ma non ci badai quella volta, tanto ero preso dalle abitudini che vennero accantonate dal soffice terremoto che aprì una piccola voragine sotto i miei piedi: quel giorno mi svegliai ed era come se fossi un altro me stesso. Non so spiegarlo, nessuno lo ha fatto per me, e comunque non ero più come quello di prima, mi sentivo meglio. La mia fidanzata divenne mia moglie, poco dopo ebbi un figlio e per un po', un tempo che mi parve lungo, ho vissuto.
Esattamente così: c’era un “dopo”, ma del “prima” non sapevo più nulla, dimenticato, spazzato via.
Ora le cose sembrano però nuovamente precipitare. Dopotutto, mi ero illuso di farcela.
Andiamo al sodo. Sono un medico, vivo a Torino in un appartamento del centro storico. Ho quarantasei anni, mi chiamo Andrea Bonelli. Non sono alto, non sono grasso, non sono veloce, non ho la barba, non ho capelli folti e non sono neri. Nella vita inciampo di continuo, ma mi rialzo sempre. Me ne rendo conto, può sembrare poco, ma è il mio poco. In tutti i casi, non credo siano questi gli elementi capaci di catturare la vostra attenzione, ma le mie mani.
Intrise di sangue.
Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)