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Collana Blu Oltremare

1. Positivi sempre.


L’antropologia criminale, nata nel corso dell’Ottocento, era la scienza che si proponeva di studiare dal punto di vista medico-biologico i fenomeni delittuosi. Il passato “era” è necessario poiché oggi, questa disciplina, non esiste più nel senso stretto del termine: il tempo, l’evoluzione del sapere e la tecnologia l’hanno in parte smentita e declassata a pseudoscienza. I suoi contenuti, però, non sono scomparsi, ma sono andati a costituire la base di quella che è la criminologia moderna.

A quell'epoca molte scienze avevano evidenziato un notevole sviluppo, dominato unicamente dall’empirismo a cui ubbidivano anche materie giovani come la sociologia, l’antropologia e la psicologia. La nuova filosofia di pensiero, rappresentata in modo efficace dal termine “Positivismo”, ereditava dall’illuminismo settecentesco l’ottimismo e la fede nella scienza e nel progresso, denigrando gli aspetti soprannaturali e metafisici accesi dalla precedente cultura romantica.

Il pensiero positivista trovò un ambiente favorevole al proprio sviluppo in diversi ambiti: il progresso delle scienze naturali, l’importanza assunta dal lavoro, le prime applicazioni tecniche delle scoperte scientifiche e le conseguenze di queste in campo sociale ed economico. La scienza rappresentava l’unica conoscenza possibile, e il metodo sperimentale era applicato a tutti i campi della speculazione, compresi quelli riguardanti le discipline sociali, dove era utilizzato per una globale riorganizzazione della vita comunitaria. Positivo era ciò che si presentava come reale, effettivo e tangibile, in sostanziale opposizione ai concetti ipotetico-astratti. Il termine era apparso per la prima volta nel 1822 nel Catechismo degli industriali di Saint-Simon, e fu poi ripreso da Moleschott e Freud in Germania, Roberto Ardigò e Cesare Lombroso in Italia e, in Inghilterra, Stuart Mill, Herbert Spencer e Charles Darwin. Proprio quest’ultimo, grazie alla dottrina evoluzionista, fornì i maggiori spunti allo sviluppo delle speculazioni lombrosiane, e grazie alle sue pubblicazioni rivoluzionò le conoscenze fino ad allora accettate sull’origine e l’evoluzione della specie umana. Le sue teorie, oltre ad avere una solida base scientifica, offrivano, dal punto di vista ideologico, la giustificazione della prevalenza dei potenti sui sottomessi, concetto che trovava un concreto riscontro anche nella vita sociale: la specie si evolve positivamente e senza limiti nel tempo, a prezzo però di una lotta per la sopravvivenza che gli individui e i gruppi combattono eliminando con ferocia i più deboli.

Questa presa di coscienza segnò una svolta importante, non solo perché dava finalmente una spiegazione plausibile all'origine delle specie, ma soprattutto perché introduceva l'importante concetto di evoluzione. Darwin aveva notato che, col trascorrere del tempo, gli esseri viventi sono vittime di variazioni organiche che possono rivelarsi vantaggiose o svantaggiose per una migliore sopravvivenza in un determinato ambiente. A differenza delle risorse disponibili, però, essi tendono a crescere in progressione geometrica, e gli individui più avvantaggiati tendono a riprodursi maggiormente rispetto a quelli con caratteri sfavorevoli al luogo in cui vivono. Appare inevitabile il criterio di selezione naturale: le caratteristiche individuali più adatte alla sopravvivenza si confermano vincenti, determinando così l'insorgere di nuove razze e portando all’estinzione le specie più svantaggiate.

La posizione iniziale di Darwin fu creazionista, fondata cioè sul presupposto che le varie specie sono state create così come noi le distinguiamo senza possibilità di cambiamento. L’osservazione della natura e il bisogno di arrivare alla spiegazione dei fenomeni osservati lo condussero poi alla teoria dell’evoluzione, che era in grado di spiegare come una specie si sia affermata. Dimostrò che la lotta per l’esistenza è la condizione essenziale della vita di tutti gli organismi naturali: i più forti s’impongono sui più deboli, e gli individui che nasceranno erediteranno i caratteri dei gruppi vincenti. La natura, in questo modo, proprio perché è impossibile un aumento continuo e illimitato delle specie viventi, opera una selezione che migliora progressivamente le specie stesse. Ma se l’evoluzione è una legge generale della natura, essa non può non riguardare anche l’uomo, tanto negli elementi corporei quanto in quelli psichici. Oltretutto, l’osservazione del comportamento animale, ha messo in evidenza una vita psichica anche negli animali inferiori, per cui è possibile postulare una discendenza della specie umana da forme di vita vicine alle scimmie antropoidi come i gorilla. Fra l'uomo e gli animali c’è però una differenza fondamentale: la coscienza, il senso morale. L’origine della coscienza è nell’istinto sociale che si manifesta in molti animali, lo sviluppo intellettuale determina una maggiore sensibilità ai problemi del prossimo e, di conseguenza, una maggiore solidarietà.

Le osservazioni di Darwin attraversarono l’Europa grazie all’ampia diffusione delle riviste e delle pubblicazioni periodiche, punto di riferimento obbligatorio per gli studiosi che applicavano alle proprie discipline i principi delle nuove scoperte: la biologia, la botanica, la zoologia, e persino le materie umanistiche come la linguistica, la storia e la psicologia intrecciavano le loro conclusioni generando un fittissimo tessuto di conoscenze in cui i risultati ottenuti in un campo favorivano gli sviluppi di un altro.

Si assistette così a rivoluzioni sia sul piano culturale sia su quelli politico ed economico. Le città cambiarono aspetto, ci fu una crescente diffusione dei mezzi di trasporto privato – le prime automobili – del riscaldamento e dell’acqua corrente nelle abitazioni. Le strade incominciarono a essere allargate e asfaltate, comparvero i marciapiedi, e molti centri abitati si trasformarono con rapidità in metropoli. Si andarono ampliando anche le strutture pubbliche e private dedicate alla cultura, alla divulgazione del sapere e alla ricerca. Tutto ciò fu possibile grazie al passaggio delle ricchezze dalle mani di poche famiglie nobili a quelle dell’attiva borghesia commerciante e imprenditoriale che, per i suoi traffici, necessitava di nuovi spazi adeguati al crescere dei bisogni dei territori urbani, il cui ampliamento causò la concentrazione di una rigogliosa vita comunitaria, trasformando così i punti di convegno dalla dimensione privata a quella pubblica. L’entusiastica fiducia nelle possibilità dell’uomo e nelle potenzialità della scienza e della tecnica diventò un vero e proprio culto, che celebrava la figura dello scienziato glorificando anche il capitano d’industria, il maestro, l’ingegnere, il medico. Le città, con le loro fabbriche, attiravano sempre più famiglie e persone di tutte le estrazioni, e le abitazioni si riducevano per dimensione e numero di stanze, definendo un nuovo stile domestico abitativo opposto rispetto a quello del secolo precedente, dominato da monumentali palazzi dalle stanze immense, in molti casi abitati da una sola famiglia di poche persone.

Purtroppo, però, accanto agli innumerevoli aspetti positivi della nuova realtà, si affiancarono anche gravi problemi di ordine pubblico e carattere politico; e se nel resto dell’Europa la situazione era di generale miglioramento, in Italia persistevano profonde difficoltà. L’unione del Paese si era compiuta in tempi troppo brevi, e non si erano potuti immaginare i problemi che, di li a poco, si sarebbero scoperti in tutta la loro gravità: infatti, se sul piano politico l’Italia era unita, sul piano sociale era ancora divisa a causa delle diverse condizioni tra nord e sud e, più in profondità, tra regione e regione. Dal punto di vista economico cominciava a delinearsi quella frattura che ancora oggi solca il Mezzogiorno: la mancanza pressoché totale di industrie e vie di comunicazione – ad esempio la rete ferroviaria – rendevano il meridione virtualmente emarginato. La situazione sanitaria era disastrosa: epidemie di tifo e colera erano in continua diffusione, e la mancanza di acquedotti rendeva le condizioni igieniche precarie, mentre l’istruzione, fondamentalmente scarsa, era bene organizzata solo in Piemonte e Lombardia. Anche sul piano politico la situazione era gestita con difficoltà: si cercavano di reggere gli equilibri di una neo-nazione nata con tanti problemi irrisolti alle spalle, e la terza guerra d’indipendenza combattuta per liberare il Veneto dagli Austriaci non aveva contribuito a mantenere la stabilità. Per di più, al sud, si andava diffondendo la piaga del brigantaggio. Gruppi di sbandati e malviventi si rendevano protagonisti di azioni violente, furti, omicidi, rapine, che il governo affrontò con l’invio nelle campagne di quasi metà dell’esercito.

Questo scenario aveva reso evidente quanto fosse importante il problema della criminalità, che fu affrontato applicando le regole dettate dalla precisione dell’analisi e del rigore scientifico. L’antropologia criminale, che ebbe per padre Cesare Lombroso e per culla l’Italia di fine Ottocento, avviò i primi passi studiando sia le complesse realtà cittadine sia i margini delle campagne, ovunque cioè si riscontrasse la presenza dei soggetti che portavano più drammaticamente impressa nel corpo – e soprattutto nell’animo – la sofferenza di un’evoluzione deficitaria, dovuta a una scarsa capacità di adattamento ai cambiamenti del mondo moderno: una moltitudine di storpi nel fisico e nella psiche, ladri, parassiti, alcolizzati, folli, prostitute, fannulloni, maniaci, dementi, uomini e donne a cui il vizio e la delinquenza offrivano l’unica disperata evasione da una miseria opprimente.


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