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Collana Verde Mela

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L'INFANZIA SELVAGGIA E L'ECO DI UNA SORELLA

 

 

 

Clara, tre anni, un’anima ribelle e le ginocchia sempre sporche di terra: una via di mezzo tra Mowgli e una pubblicità vintage del detersivo. Viveva in un paesello al di là del fiume, dove il massimo dell’avventura era finire in un campo di patate o in un fienile: e lei lo faceva ogni giorno, felicissima.

La vera regina del suo cuore, però, era la sorella maggiore, Stella. Sei anni e già con l’aura di una leggenda vivente. Stella sapeva tutto: il nome dei fiori, il canto degli uccelli, e come arrampicarsi sugli alberi senza morire nel tentativo. Insomma, un mix tra Jane di Tarzan e un’enciclopedia vivente. Clara la seguiva ovunque, con la stessa dedizione con cui un cucciolo segue il suo umano.

Le due sorelle trascorrevano il tempo giocando con gli animali della fattoria dei nonni: cani, gatti, conigli, galline. Andavano nei prati a pascolare le mucche, si rotolavano nel fienile dietro casa dei nonni, andavano al fiume a fare il bucato come si usava una volta, sbattendo i panni sporchi su grossi sassi piatti adatti all’insaponatura e lavaggio degli stessi. Bella vita immersa nella natura.

Poi… Bum! Un giorno, mentre esploravano un sentiero nuovo – come se la foresta non fosse già abbastanza esplorata – Stella svanì. Puff. Così. Come se fosse diventata parte del paesaggio. Ricerche? Ovviamente. Panico generale? Pure. Ma Stella, niente. Sparita come il Wi-Fi in montagna.

Clara, che all’epoca ancora faceva fatica a capire le differenze tra un sogno e una brutta giornata, sentì solo un gigantesco vuoto. Il suo sorriso da spot pubblicitario si spense, e gli occhi le si velarono di quella malinconia precoce che solitamente appartiene solo ai poeti e agli impiegati del lunedì mattina.

Clara cominciò a parlare con cani, gatti, conigli e galline – che almeno, a differenza degli adulti, non cercano spiegazioni assurde – e da lì in poi si evolse in una mini mistica rurale con la tendenza a guardare il vuoto e sussurrare: «Stella, dammi un segno. Anche solo un segnalibro».

E così iniziò la mutazione. Non in supereroina – magari! – ma in piccola elfa vagamente inquietante che parlava con gli alberi. «Avete visto mia sorella?» chiedeva alle querce. «Era alta così, con un fiore tra i capelli».

Gli alberi, comprensibilmente, non rispondevano, ma lei continuava a confidare nei gufi e nei cervi.

I genitori, intanto, osservavano la figlia sprofondare in un mondo immaginario popolato da presenze mutevoli e creature fatate. E, francamente, anche un po’ preoccupanti.

Dopo la dipartita della sorella, Clara sviluppò un carattere così ribelle che pure i gatti del quartiere si tenevano alla larga. Era una piccola rivoluzionaria in miniatura: disobbediente per vocazione, esperta nell’arte del “non mi va” e campionessa mondiale di sguardi torvi. I nonni, ormai esasperati, avevano eletto la cantina – completa di topi e atmosfera da film horror di serie B – a luogo ufficiale di meditazione forzata. Ogni mattina, il nonno la conduceva all’asilo del paese con la stessa espressione rassegnata di chi accompagna una condannata al patibolo, e lei, con le “pive lunghe” che facevano invidia a una parata di zampognari, trascinava i piedi come se stesse per affrontare l’esilio in Siberia.

Crescendo, Clara si trasferì definitivamente dai nonni: una fattoria, l’odore di latte e la compagnia di galline più comprensive degli adulti. Ma il vuoto restava. Cresceva, si ramificava come edera nelle crepe dell’anima. E ogni tanto, dal nulla, sbucava quella domanda bastarda: se fossi stata diversa… Stella sarebbe ancora qui?

Nel dubbio, Clara decise di diventare perfetta. Tipo, proprio da manuale. A scuola prima della classe, nello sport sempre prima a sudare. In casa? Una piccola Wonder Woman col grembiulino. Il suo curriculum emozionale includeva: gatti a bizzeffe, le piacevano perché sono misteriosi e non ti giudicano, cani fedeli, almeno loro, e un amore sconsiderato per il pianoforte, unico essere inanimato che non la abbandonava alla prima stonatura.

Eppure, ogni applauso sembrava falso come le promesse di un reality show. Ogni successo aveva il retrogusto amaro di chi sperava di riempire un buco e ci trovava solo l’eco del passato.


 

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