Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)

SOGNO E RISVEGLIO
Un candido padiglione illuminato da un ricordo profumato, un ridente sospiro gonfio di commozione, il gorgoglìo di una sorgente tra le rocce, voce che racconta infinite storie… Gaio Cecilio Plinio Secondo si agitò nel letto finché ebbe vaga coscienza di sé e del suo corpo di cinquantenne gracile e malaticcio, ma rimase ancora, sorridendo a occhi chiusi, nel luogo dove l’aveva condotto Morfeo: la sua villa di Como in primavera, sua sorella Cecilia cantava in giardino, mentre la madre Plinia coglieva fiori; fra poco sarebbero apparse sotto il porticato... Plinio sollevò un braccio per chiamarle, accoglierle... da quanto tempo non le vedeva! Quanto avrebbero avuto da raccontarsi! Finalmente insieme, a casa!
Plinio aprì gli occhi umidi, il braccio ricadde, il sorriso divenne una smorfia.
Filtrando tra i pesanti drappeggi che coprivano le finestre, il chiarore del giorno nascente dava tenue forma agli arredi della stanza oltre le tende del baldacchino, rivelandogli dove si trovasse realmente: nel suo palazzo di governatore a Nicomedia, in Bitinia. Ascoltò il segnale della prima ora gridato al termine della guardia notturna e si girò su un fianco, nella dolce speranza di riaddormentarsi. Invano. A malincuore si tirò su e batté stancamente le mani. Subito lo schiavo che attendeva il suo risveglio accovacciato in un angolo si riscosse dal torpore e si precipitò a far luce, poi lo aiutò a scendere dal letto e gli resse il pitale, quindi gli infilò la vestaglia di seta trapuntata.
Rabbrividendo, Plinio si avviò velocemente lungo la galleria che collegava i suoi appartamenti con i bagni. Quando lo schiavo che lo precedeva gli aprì la porta del tepidario, Plinio sfilò la vestaglia, inspirò profondamente abbozzando brevi, patetici esercizi di stiramento e finalmente si immerse nell’acqua tiepida. A mollo fino al collo, fece venire a galla l’amaro senso di perdita e sconforto con cui si era svegliato per neutralizzarlo in una pigra contemplazione dell’angoscia, con l’indifferenza di chi fissa negli occhi il mendicante, senza donargli nulla – un atteggiamento che lo faceva sentire stoico quanto basta.
Meditò sul sogno ricevuto all’alba e quindi veritiero. Che cosa gli svelavano gli dei, cosa gli dicevano i suoi cari Mani? Una premonizione del ritorno a casa? Impossibile. Plinio sentiva che non sarebbe più tornato dalla Bitinia. Il destino lo aveva portato lontano dalla patria e lì avrebbe concluso i suoi giorni. Dunque il sogno alludeva alla sua morte, l’unica condizione che gli avrebbe permesso di rivedere i parenti defunti. Morire nell’adempimento di un incarico pubblico sarebbe stato onorevole ma avrebbe preferito spegnersi a Roma attorniato dagli amici dolenti, o meglio nella villa di Tiferno Tiberino o in quella di Laurento, prendendo congedo con alte parole dalla moglie Calpurnia e dai fedeli liberti, dopo un periodo di ozio fecondo e di vita sana e serena, come il suo amico Purinna. Invece la fine sarebbe arrivata in quella piccola, remota provincia, dove stava prosciugando le ultime energie nel tentativo di rimettere in sesto le finanze e in riga i municipi. No, non avrebbe gustato l’esistenza tranquilla e ben ordinata che si addice ai vecchi: godersi l’immutabile corso degli astri e coltivare con metodo lo spirito.
Plinio, sempre a mollo, sospirò. Non si era mai fatto illusioni sulla possibilità di essere felice e forse proprio per questo reputava di esserlo in misura soddisfacente. La vita lo aveva presto istruito al riguardo; la sua gioventù era stata segnata da continui lutti: troppo presto la perdita del padre, quindi della cara sorella, poi del famoso zio e della madre e infine della prima moglie. La maturità, in compenso, era stata appagante e generosa. Stimato avvocato, era scampato alla sanguinaria tirannia degli ultimi anni del principato di Domiziano, destreggiandosi con prudenza per neutralizzare i delatori e mantenere il favore del principe; aveva perciò potuto percorrere con impegno – e qualche raccomandazione – una brillante carriera pubblica più che degna della sua condizione di cavaliere: tribuno militare, questore, tribuno della plebe, pretore, senatore – a 28 anni! – prefetto dell’Erario di Saturno, console, responsabile della manutenzione del Tevere, augure. La sua fortuna pubblica era culminata nell’onore di partecipare al consiglio del principe; proprio la benevolenza dell’imperatore Traiano gli aveva affidato, pochi mesi prima, la prestigiosa carica che ora ricopriva: legatus Augusti pro praetore nella provincia di Bitinia e Ponto. In pratica, commissario straordinario con pieni poteri amministrativi e giudiziari; ne aveva proprio bisogno perché, come gli aveva detto l’Augusto, «sei stato mandato in codesta provincia perché è apparso evidente che molte cose vi devono essere riformate».
La Bitinia, per Plinio, era una vecchia conoscenza, acquisita patrocinando la difesa in senato degli amici Giulio Basso e Vareno Rufo, ex governatori di quella provincia accusati di concussione dai loro ex governati. Gli amici ne erano usciti bene, anche per le incertezze di quei piccoli greci, che alla fine avevano ritirato la denuncia. Sapeva, quindi, a cosa andava incontro: a un mondo viscido e ipocrita, dominato dagli antagonismi tra città e tra famiglie maggiorenti; tutti uniti, però, nell’attingere e sperperare denaro pubblico, come tanti maialini appesi alle zinne della scrofa.
Una prova per lui inedita, governare una provincia, ma confacente alle sue competenze giuridiche e finanziarie e congeniale alla sua meticolosa ma onesta pedanteria. All’inizio vi si era impegnato con il consueto zelo, consapevole del suo dovere di Romano e desideroso di meritare la fiducia che il principe gli aveva accordata, ma da quando la sua giovane terza moglie Calpurnia era tornata a Roma per la morte del nonno, si sentiva irrimediabilmente solo. E stanco. Non bastavano, a confortarlo, le lettere con le quali cercava di mantenere i rapporti con gli amici lontani. Non bastavano gli studi e le ricerche letterarie che si concedeva nelle pause del lavoro, attingendo alle ricche biblioteche di quelle antiche città greche. Calpurnia gli mancava, aveva nostalgia della sua ingenua ammirazione per i suoi componimenti e della sua mansueta disponibilità a essere da lui istruita nella letteratura e nelle altre arti; le inviava una lettera al giorno, in ansia per la sua salute, che qualche anno prima era stata in pericolo e gli aveva drammaticamente tolto la gioia di diventare padre. Si consolava pensando che gli amici rimasti non lo avevano dimenticato e, nonostante l’assenza, lo stimavano ancora il brillante avvocato e il fine oratore che era stato a Roma nei decenni precedenti. Sopra ogni altra cosa, gli mancavano le recite di orazioni, le letture poetiche e i dibattiti letterari. L’ufficio che ora lo teneva lontano dal suo ambiente era gravoso e noioso, lo costringeva a studiare una montagna di norme, editti, disposizioni, e a calcolare un mare di cifre... coltivare le lettere, la sua grande passione, diventava sempre più difficile e sterile, non avendo un pubblico al quale sottoporre i suoi componimenti; e tuttavia, non smetteva di consultare testi di antichi autori greci, per raffinare la conoscenza di quella lingua e attingere più da vicino alle fonti dell’arte del narrare e del poetare. Tuttavia, il peso della solitudine rischiava di schiacciare il desiderio, che lo aveva sempre spronato in tutta la sua vita, di ottenere una lunga fama presso i posteri per i suoi meriti letterari. Non che ne avesse di particolari, era semplicemente un uomo colto e puntiglioso che a volte componeva delle poesiole un po’ leggere, ascoltava delle commedie, assisteva ai mimi, leggeva dei lirici e apprezzava pure gli osceni versi sotadei; insomma, gli capitava di ridere e di divertirsi, ma, nel profondo, sentiva angoscia per l’età breve e caduca che si sentiva in dovere di prolungare, se non con le azioni, almeno con gli studi, per lasciare qualcosa che attestasse che lui, Plinio, era vissuto!
Il Romano passò nel calidario ma vi rimase poco, il tempo di far spuntare goccioline di sudore sulla rosea pelle cascante e opinare se il vapore che aleggiava intorno a lui potesse essere paragonato ai fantasmi che appaiono in sogno, ma la metafora gli parve debole e tutto sommato insignificante. Uscì dall’acqua avvolto in un’aura di vapore. Nemmeno si avvicinò alla vasca del frigidarium, si fece solo spruzzare addosso acqua fredda, quindi lo schiavo lo avvolse in un panno tiepido e glielo cinse intorno alla vita. Così acconciato, Plinio si portò nella palestra dalle grandi vetrate che davano sul parco. Osservò le alture boscose che circondavano il palazzo e, oltre quelle, le cime delle montagne bianche di neve che gli ricordavano le Alpi intorno al suo Lario, quindi lasciò cadere il suo paludamento, si distese a pancia in giù sul basso lettino e si lasciò massaggiare con sospirosa rassegnazione dal suo iatralipta. Depurato dalla commozione dell’alba, espulsa dal suo animo mite come il sudore dalla sua pelle delicata, ripensò al sogno non più con accenti malinconici bensì con l’intento di cavarci un motivo letterario, o almeno un argomento di cui scrivere a un amico. Il tema poteva essere la duplice apparenza della verità, che di notte si manifesta in visioni e presagi; di giorno, negli avvenimenti e nelle azioni. Nel sonno e nella veglia, il nostro intelletto può cogliere il senso della vita sia da fatti reali sia da immagini mentali ed è difficile stabilire quali siano i più ingannevoli e quali i più schietti; la virtù si nutre di enigmi... Si assopì.
Fu riscosso dalla petulanza del medico personale, che dopo l’esame del contenuto del pitale era venuto a riferirne il responso al diretto interessato, gesticolando come un burattino davanti ai suoi occhi assonnati. Plinio sbuffò mentre quel greco borioso e al tempo stesso servile sciorinava la consueta litania di minacce travestite da suppliche: il governatore avrebbe dovuto collaborare con la generosità degli dei verso la sua salute impegnandosi in un maggiore esercizio fisico, privilegiando una dieta priva di intingoli e fritture, sottoponendosi a periodici clisteri e salassi e così via. Plinio pose fine al massaggio, congedò il seccatore con un cenno e passò alla pulizia e vestizione, durante la quale sbocconcellò una pappa di cereali e della frutta, mentre il caro liberto Zosimo, un greco di Siracusa suo segretario personale da molto tempo, gli presentava l’agenda della giornata. Ascoltandolo, Plinio si sentiva grato agli dei per avergli conservato quell’amico fidato, più che un collaboratore, che negli anni passati aveva affrontato, con il suo sostegno attivo, seri problemi di salute. Caro Zosimo! Eccoci tutti e due alle prese con il tempo che avanza, pensò commosso.
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