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Collana Blu oltremare


Definizioni e non solo


Fattore di potenza: contadino lucano.

Telefonino del cazzo: uccellulare.

Tutte le indagini per omicidio hanno sempre un punto morto.

Profilattico: loft visto di lato.

Chi non trova l’acqua in mare trova il lago in un pagliaio.

Ho l’orecchio teso sul minestrone: ascolto il mio passato.

A volte la meteorologia lascia il tempo che trova.

Ballatoio: discoteca condominiale.




STORIA DI UN BOSCAIOLO



Questa è la storia di Pino Silvestre, un uomo d’altri tempi che viveva in campagna, nelle vicinanze di una zona boschiva: lui era un boscaiolo.

Aveva occhi nocciola e capelli castagni; sin da piccolo, pur soffrendo di troncopolmonite, aveva mostrato una spiccata personalità nel maneggiare falce e martello, voleva sempre risolvere i problemi alla radice; era così bravo che quando praticava la sua attività c’era sempre un muschio di gente a guardarlo.

Il suo carattere era spigoloso: non a caso, ogni volta che si recava nel bosco, usciva dal seminato: retaggio di un’infanzia recisa.

Lui diceva: «Meglio un ovulo oggi che un porcino domani» e via al lavoro; ma quando non riusciva a recidere un albero, l’abbattuto era proprio lui.

Andava pure a caccia, ma non alla volpe: quella ce l’aveva già sotto l’ascella.

Piaceva alle donne, in fondo era un bell’arbusto.

Quando tornava a casa la sera, era solito guardare la televisione, in particolare quiz come L’ascia o raddoppia; tra i film, preferiva le commedie: Mia moglie è una sega oppure Io, Chiara e la scure; tra i cartoni animati, Tartufo Robot.

I suoi genitori lo avrebbero voluto più colto e lui si inalberava: «Come faggio?»

Sua madre roncolava sempre: «Lecci, figliolo, lecci!»

Invece, lui amava accendere la radio e ascoltare buona musica: Ti ramo, Cara terra mia, Cervo a primavera, L’ontano lontano, La foglia, la pazzia e Non son legno di te.

Non è dato sapere come mai amasse tanto Frank Zappa e Vanga Osiris e neppure perché, politicamente, votava Quercia o Ulivo a seconda delle stagioni.

Quando raggiunse la quarantina, decise di emigrare in città, ma si perse subito perché non aveva la piantina; dopo soli tre giorni di lavoro e di vita nel sottobosco metropolitano venne licenziato in tronco, e dopo una rissa violenta riportò ferite acero-contuse.

Erano gli ultimi giorni di gennaio: i giorni della melma.

Ritornò così alla casa natia dopo avere passato alcuni mesi in cura presso lichene mentale per via di problemi alla corteccia cerebrale.

A una sagra paesana conobbe la sua futura moglie: una bellezza latina il cui nome era Rosa Rosae: pensò subito di coniugarla.

Lei era amante del giardinaggio, originaria di Prato; da bambina, in primula elementare, era rimasta colpita dalla favola di Bucaneve e i sette nani.

Ballarono un fango argentino e si innamorarono. A lei piacque da subito il suo humus inglese; lui rimase colpito dalla bellezza di lei, nonostante il carattere spinoso e pungente.

Fu così che lui la invitò a cena in pizzeria, dove ordinò una pizza ortolana; poi, dulcis in fungo, le chiese di sposarlo e lei ebbe un fittone al cuore.

Il giorno del fatidico sì l’abete della diocesi parlò loro dell’albero genealogico, di mestieri che di generazione in generazione debbono tramandarsi, perché il seme della vita possa fare nascere e crescere nuove piante di speranza.

Dalla loro unione nacquero quattro tigli dalle folte chiome.



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