
Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)
EDITORIA ARTIGIANALE
Capitolo I
L’emozione l’aveva svegliata. Era talmente presto che non si sentiva ancora il canto mattutino degli uccelli, solo il ticchettio regolare della sveglia, accompagnato dal respiro lento di Carlotta, rompeva il silenzio nella stanza. A lungo era rimasta a rigirarsi tra le lenzuola con la speranza di potersi riaddormentare.
D’un tratto aveva allungato la mano verso il comodino, cercando a tastoni la scatola degli zolfanelli. La luce dell’alba filtrava dalla finestra e i rari cinguettii, iniziati pochi minuti prima, si erano trasformati in un concerto.
La fiammella si mise a crepitare su quel poco che restava della candela iniziata la sera precedente, illuminando la copertina di un libro in brossura. Era stato Sandro a procurarglielo; per arrivare all’ultima pagina era rimasta sveglia fino a tarda ora. Svelta, lo fece sparire nel cassetto del comodino. Il papà non voleva che perdesse tempo a leggere, lo considerava inutile, anzi dannoso, poiché le faceva consumare cera per niente.
Un attimo dopo era già in piedi. Prese il pitale infilato sotto il letto e andò a svuotarlo nella latrina, un parallelepipedo sgangherato che sorgeva in fondo al ballatoio. Gli zoccoli li aveva lasciati appaiati sul tappeto. Era domenica, unico giorno della settimana in cui si poteva poltrire: se avesse svegliato la sorella col rumore dei suoi passi, sarebbe scoppiato un pandemonio. Da quando abitava al Paradisett, frazione arroccata sulle pendici di Brunate, le piaceva soffermarsi a guardare la conca dove giaceva Como. Prima di rientrare, si appoggiò alla balaustra e rivolse lo sguardo ammirato alle acque del lago che si tingevano di rosa. Il cielo era terso come cristallo, il temporale scoppiato poche ore prima si era divorato la cappa di foschia che gravava sulla città da giorni e l’aria profumava di erba bagnata.
In un angolo della stanza, la petineuse l’aspettava per l’appuntamento quotidiano della toeletta; prese la cadrega impagliata appoggiata ai piedi del letto e un attimo dopo era già seduta davanti al piccolo specchio sbrecciato.
Gli occhi erano scuri e penetranti, le guance tonde, la linea del naso perfetta. Con gesto malizioso si sfiorò la bocca, usando il dito inumidito di saliva per far risaltare il rosso delle labbra: «Finalmente, sono maggiorenne» bisbigliò soddisfatta.
Cecilia era molto bella, bella come il lago che l’aveva vista crescere. Quando usciva di casa non passava inosservata.
Insieme ai fratelli Fermo ed Eugenio e alla sorella Carlotta era cresciuta in un periodo fecondo per l’economia locale, dominata dall’industria della seta.
La sua infanzia non era durata a lungo. Come tutte le figlie del popolo, a nove anni era stata mandata in filanda a dipanare i bozzoli prodotti nelle campagne della provincia e, a dodici anni, quando le mani si erano fatte troppo grandi per afferrare il capo del filo, aveva imparato a fare la pezza a telaio. A insegnarle il mestiere di tessitrice era stato papà Zaverio, uomo dotato di grande senso del dovere e convinto che nell’artigianato della seta risiedesse il futuro economico del suo ceto sociale.
Dopo aver preso il pettine dal ripiano, si ravviò i capelli con gesto lento e ripetitivo. Ad ogni passata, le chiome corvine ricadevano come una cascata in piena sul bianco della camicia da notte. Sandro non l’aveva mai vista coi capelli sciolti. Le ragazze perbene non potevano mostrarli prima del matrimonio, ma forse si trattava di aspettare solo qualche mese.
Veloce, riannodò le trecce con l’abilità di chi ripete quotidianamente lo stesso gesto da anni, poi guardò l’orologio. Le lancette segnavano le cinque in punto. Il papà non si era ancora svegliato, lo confermava il suo ronfare, attutito dal tramezzo che la separava dalla stanza matrimoniale. Involontariamente tirò un sospiro di sollievo. Quando Zaverio dormiva o usciva per qualche commissione, si sentiva più rilassata.
Sapeva di avere qualche problema col quarto comandamento. Per la mamma provava un rispetto che andava oltre il senso del dovere, ma onorare il padre era diventata un’impresa impossibile. D’istinto si fece il segno della croce quasi a chiedere perdono per la sua colpa.
Zaverio non era farina per fare ostie. In casa tutti lo rispettavano più per paura che per dovere.
Sul naso appuntito, che ricordava il becco di un pulcino, portava un paio di occhiali a pinza che gli servivano per ispezionare le pezze.
Quando il papà si avvicinava con cipiglio severo al telaio per controllare la qualità del tessuto, Cecilia si sentiva le gambe molli. Il committente, o padrone, come lo chiamavano tutti con deferenza, non scuciva una lira se gli portavano tessuti difettosi ed era d’obbligo lavorare con la massima cura.
Zaverio era mingherlino come uno scricciolo, ma a dispetto della sua apparenza insignificante, sapeva farsi ubbidire. A vederlo mangiare non si capiva dove finisse il cibo che ingurgitava. La sua magrezza era inversamente proporzionale all’avidità con cui desiderava possedere. Anche la moglie l’aveva scelta perché era la più alta e la più formosa tra le donne conosciute in gioventù.
Isabella, per contro, era una persona intelligente e pacifica. Aveva imparato fin dai tempi del fidanzamento come trattarlo. L’unico modo per andare d’accordo con lui era di dargli sempre ragione e quando lo coglievano quegli improvvisi attacchi d’ira dovuti alla sua testardaggine o, più sovente, alla sua taccagneria, era la sola in grado di calmarlo.
Cecilia recitò a mente le preghiere del mattino. Dentro la cornice dorata del quadro appeso tra i due letti si vedeva la Vergine Maria che saliva in cielo sospesa sul bianco di una nuvola.
Non aveva ancora detto l’ultimo Amen che le venne l’idea: perché non fissare la data del matrimonio per il quindici agosto? Sarebbe stato davvero un bell’omaggio alla Madonna Assunta cui era tanto devota.
Felice della sua pensata, versò nel catino l’acqua dalla brocca riempita la sera precedente nel pozzo del cortile, poi si sfilò di dosso la camicia di lino.
Nello specchio balenarono i seni turgidi. D’istinto, si sfiorò i capezzoli che divennero duri come bottoni. La prima volta era capitato così. Le dita, guidate da una forza irresistibile, erano scese lungo il ventre fino a penetrare nelle pieghe dell’inguine e, senza capire il perché, in pochi minuti si era ritrovata ad ansimare come se avesse fatto dieci rampe di corsa.
«Hai commesso peccato» aveva detto il prete, «peccato mor- tale!»
Nel buio del confessionale le gote di Cecilia si erano infiammate.
«Le parti basse sono opera del demonio» aveva continuato la voce al di là della grata «non andrebbero mai lavate, ma se proprio non puoi farne a meno, come succede a voi femmine in certi giorni del mese, evita di sfregarle!»
Lei era rimasta zitta per l’imbarazzo.
«Adesso recita centocinquanta Pater Ave Gloria» aveva tagliato corto il prete.
Da allora si era sempre sforzata di resistere alla tentazione e anche quel mattino non aveva ceduto.
Con che spirito si sarebbe presentata alla prima messa? E poi aveva fretta di uscire perché c’era Sandro ad aspettarla alla chiesa di Sant’Agata.
Chissà che mi porterà? Magari un altro libro… pensò, passandosi l’asciugamano ruvido sotto le ascelle.
La consuetudine di regalare qualcosa in occasione dei compleanni, ignorata da Isabella e Zaverio, l’aveva appresa da lui.
Quel ragazzo le aveva insegnato davvero molto.
Originario di Gualdo Tadino, un paese dell’Appennino umbro, Sandro si era stabilito nella città lariana cinque anni prima quando suo padre Celso, fuggendo la crisi che aveva colpito l’Italia centrale, era riuscito a trovare un’occupazione stabile come assistente ferroviario presso la stazione di San Giovanni.
Alto, sottile e un po’ slavato, non si poteva dire una gran bellezza, però era buono come il pane e sapeva maneggiare i numeri con destrezza, qualità indispensabile per fare il contabile presso la ditta di spedizioni più prestigiosa di Como dove aveva trovato lavoro.
Ciò che Cecilia ammirava nel suo innamorato erano gli interessi, molto diversi da quelli dei giovani del borgo dov’era cresciuta, che preferivano l’osteria a un libro o a un giornale. Sandro era stato colpito, invece, dalla determinazione con cui lei affrontava ogni difficoltà e dalla sua intelligenza, mortificata purtroppo dalla scarsa istruzione.
Come un maestro paziente l'aveva presa per mano, insegnandole il gusto per la lettura e aprendole gli occhi sulle sorprese di cui la vita era piena, sorprese che l’attendevano oltre il profilo della montagna di Brunate e nelle pagine di un libro non ancora sfogliato.
«Vorrei che tu sentissi il profumo del mare» le aveva detto un giorno in cui il lago, per un insolito gioco di luci, era diventato turchese come l’Adriatico.
«Lo vorrei anch’io, ma ci vogliono soldi per viaggiare e noi non abbiamo nemmeno il necessario per sposarci».
Con un moto d'orgoglio il ragazzo aveva tolto dalla tasca il suo portamonete di conchiglia e gliel’aveva mostrato: «Questo è il mio portafortuna, me lo donò il babbo nel periodo in cui ci trasferimmo sulla riviera marchigiana. Qui ci tengo i risparmi che serviranno a costruire il nostro futuro. Per ora sono pochi, ma vedrai che cresceranno e potremo permetterci grandi cose».
Il freddo le fece venire la pelle d’oca. Cecilia posò l’asciugamano sul bordo della petineuse e andò a prendere il corpetto nuovo. Quando aprì il cassetto del comò, il profumo di spigo si diffuse nell’aria.
Era merito di Isabella se la biancheria sapeva di buono. All’inizio dell’estate, la mamma la portava in battello fino a Nesso e non lo faceva solo per una visita di cortesia ai genitori di Zaverio. Nell’orto di Franco e Gioconda cresceva un cespuglio di lavanda da cui coglieva i fiori in grandi fasci. Una volta rientrata a Como, li legava a un bastone appeso in solaio e, quando erano secchi, li infilava tra le lenzuola e gli indumenti intimi dentro sacchetti di tela.
Il profumo dolciastro che penetrò nelle sue narici riportò alla mente di Cecilia i nonni paterni. Amava la loro casa affacciata sul lago, era un edificio alto e stretto le cui fondamenta pescavano direttamente nell’acqua.
È tanto che non li vedo…
Col pensiero rivolto a Franco e Gioconda, infilò quella maledetta corazza di stecche. Non era facile stringere i lacci senza l’aiuto di qualcuno. Trattenendo bene il fiato, riuscì a fare tutto da sola e, quando anche l’abito della festa fu abbottonato, ripose la camicia da notte sotto il cuscino.
«Devo trovare la borsetta. Accidenti, dove l’avrò messa?» sussurrò. «Ah, eccola…»
Frugò sul fondo per assicurarsi che ci fossero ancora il velo e la corona del rosario che aveva usato due giorni prima per l’apertura del mese mariano.
«E c’è pure il portamonete con gli spiccioli per l’offerta».
La sveglia segnava le sei meno ventisette. Troppo presto per uscire.
Spense la candela, ormai non ce n’era più bisogno, poi tornò a sedersi alla petineuse, sperando che quei pochi minuti passassero in fretta.
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