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Collana Giallo Grano

PARTE PRIMA: 3 MAGGIO 1891 - 27 MARZO 1892


Capitolo 1

L’emozione l’aveva svegliata. Era talmente presto che non si sentiva ancora il canto mattutino degli uccelli, solo il ticchettio regolare della sveglia, accompagnato dal respiro lento di Carlotta, rompeva il silenzio nella stanza. A lungo era rimasta a rigirarsi tra le lenzuola con la speranza di potersi riaddormentare.

D’un tratto aveva allungato la mano verso il comodino, cercando a tastoni la scatola degli zolfanelli. La luce dell’alba filtrava dalla finestra e i rari cinguettii, iniziati pochi minuti prima, si erano trasformati in un concerto.

La fiammella si mise a crepitare su quel poco che restava della candela iniziata la sera precedente, illuminando la copertina di un libro in brossura. Era stato Sandro a procurarglielo; per arrivare all’ultima pagina era rimasta sveglia fino a tarda ora. Svelta, lo fece sparire nel cassetto del comodino. Il papà non voleva che perdesse tempo a leggere, lo considerava inutile, anzi dannoso, poiché le faceva consumare cera per niente.

Un attimo dopo era già in piedi. Prese il pitale infilato sotto il letto e andò a svuotarlo nella latrina, un parallelepipedo sgangherato che sorgeva in fondo al ballatoio. Gli zoccoli li aveva lasciati appaiati sul tappeto. Era domenica, unico giorno della settimana in cui si poteva poltrire: se avesse svegliato la sorella col rumore dei suoi passi, sarebbe scoppiato un pandemonio. Da quando abitava al Paradisett, frazione arroccata sulle pendici di Brunate, le piaceva soffermarsi a guardare la conca dove giaceva Como. Prima di rientrare, si appoggiò alla balaustra e rivolse lo sguardo ammirato alle acque del lago che si tingevano di rosa. Il cielo era terso come cristallo, il temporale scoppiato poche ore prima si era divorato la cappa di foschia che gravava sulla città da giorni e l’aria profumava di erba bagnata.

In un angolo della stanza, la petineuse l’aspettava per l’appuntamento quotidiano della toeletta; prese la cadrega impagliata appoggiata ai piedi del letto e un attimo dopo era già seduta davanti al piccolo specchio sbrecciato.

Gli occhi erano scuri e penetranti, le guance tonde, la linea del naso perfetta. Con gesto malizioso si sfiorò la bocca, usando il dito inumidito di saliva per far risaltare il rosso delle labbra: «Finalmente, sono maggiorenne» bisbigliò soddisfatta.

Cecilia era molto bella, bella come il lago che l’aveva vista crescere. Quando usciva di casa non passava inosservata.

Insieme ai fratelli Fermo ed Eugenio e alla sorella Carlotta era cresciuta in un periodo fecondo per l’economia locale, dominata dall’industria della seta.

La sua infanzia non era durata a lungo. Come tutte le figlie del popolo, a nove anni era stata mandata in filanda a dipanare i bozzoli prodotti nelle campagne della provincia e, a dodici anni, quando le mani si erano fatte troppo grandi per afferrare il capo del filo, aveva imparato a fare la pezza a telaio. A insegnarle il mestiere di tessitrice era stato papà Zaverio, uomo dotato di grande senso del dovere e convinto che nell’artigianato della seta risiedesse il futuro economico del suo ceto sociale.

Dopo aver preso il pettine dal ripiano, si ravviò i capelli con gesto lento e ripetitivo. Ad ogni passata, le chiome corvine ricadevano come una cascata in piena sul bianco della camicia da notte. Sandro non l’aveva mai vista coi capelli sciolti. Le ragazze perbene non potevano mostrarli prima del matrimonio, ma forse si trattava di aspettare solo qualche mese.

Veloce, riannodò le trecce con l’abilità di chi ripete quotidianamente lo stesso gesto da anni, poi guardò l’orologio. Le lancette segnavano le cinque in punto. Il papà non si era ancora svegliato, lo confermava il suo ronfare, attutito dal tramezzo che la separava dalla stanza matrimoniale. Involontariamente tirò un sospiro di sollievo. Quando Zaverio dormiva o usciva per qualche commissione, si sentiva più rilassata.

Sapeva di avere qualche problema col quarto comandamento. Per la mamma provava un rispetto che andava oltre il senso del dovere, ma onorare il padre era diventata un’impresa impossibile. D’istinto si fece il segno della croce quasi a chiedere perdono per la sua colpa.

Zaverio non era farina per fare ostie. In casa tutti lo rispettavano più per paura che per dovere.

Sul naso appuntito, che ricordava il becco di un pulcino, portava un paio di occhiali a pinza che gli servivano per ispezionare le pezze.

Quando il papà si avvicinava con cipiglio severo al telaio per controllare la qualità del tessuto, Cecilia si sentiva le gambe molli. Il committente, o padrone, come lo chiamavano tutti con deferenza, non scuciva una lira se gli portavano tessuti difettosi ed era d’obbligo lavorare con la massima cura.

Zaverio era mingherlino come uno scricciolo, ma a dispetto della sua apparenza insignificante, sapeva farsi ubbidire. A vederlo mangiare non si capiva dove finisse il cibo che ingurgitava. La sua magrezza era inversamente proporzionale all’avidità con cui desiderava possedere. Anche la moglie l’aveva scelta perché era la più alta e la più formosa tra le donne conosciute in gioventù.

Isabella, per contro, era una persona intelligente e pacifica. Aveva imparato fin dai tempi del fidanzamento come trattarlo. L’unico modo per andare d’accordo con lui era di dargli sempre ragione e quando lo coglievano quegli improvvisi attacchi d’ira dovuti alla sua testardaggine o, più sovente, alla sua taccagneria, era la sola in grado di calmarlo.

Cecilia recitò a mente le preghiere del mattino. Dentro la cornice dorata del quadro appeso tra i due letti si vedeva la Vergine Maria che saliva in cielo sospesa sul bianco di una nuvola.

Non aveva ancora detto l’ultimo Amen che le venne l’idea: perché non fissare la data del matrimonio per il quindici agosto? Sarebbe stato davvero un bell’omaggio alla Madonna Assunta cui era tanto devota.

Felice della sua pensata, versò nel catino l’acqua dalla brocca riempita la sera precedente nel pozzo del cortile, poi si sfilò di dosso la camicia di lino.

Nello specchio balenarono i seni turgidi. D’istinto, si sfiorò i capezzoli che divennero duri come bottoni. La prima volta era capitato così. Le dita, guidate da una forza irresistibile, erano scese lungo il ventre fino a penetrare nelle pieghe dell’inguine e, senza capire il perché, in pochi minuti si era ritrovata ad ansimare come se avesse fatto dieci rampe di corsa.

«Hai commesso peccato» aveva detto il prete, «peccato mor- tale!»

Nel buio del confessionale le gote di Cecilia si erano infiammate.

«Le parti basse sono opera del demonio» aveva continuato la voce al di là della grata «non andrebbero mai lavate, ma se proprio non puoi farne a meno, come succede a voi femmine in certi giorni del mese, evita di sfregarle!»

Lei era rimasta zitta per l’imbarazzo.

«Adesso recita centocinquanta Pater Ave Gloria» aveva tagliato corto il prete.

Da allora si era sempre sforzata di resistere alla tentazione e anche quel mattino non aveva ceduto.

Con che spirito si sarebbe presentata alla prima messa? E poi aveva fretta di uscire perché c’era Sandro ad aspettarla alla chiesa di Sant’Agata.

Chissà che mi porterà? Magari un altro libro… pensò, passandosi l’asciugamano ruvido sotto le ascelle.

La consuetudine di regalare qualcosa in occasione dei compleanni, ignorata da Isabella e Zaverio, l’aveva appresa da lui.

Quel ragazzo le aveva insegnato davvero molto.

Originario di Gualdo Tadino, un paese dell’Appennino umbro, Sandro si era stabilito nella città lariana cinque anni prima quando suo padre Celso, fuggendo la crisi che aveva colpito l’Italia centrale, era riuscito a trovare un’occupazione stabile come assistente ferroviario presso la stazione di San Giovanni.

Alto, sottile e un po’ slavato, non si poteva dire una gran bellezza, però era buono come il pane e sapeva maneggiare i numeri con destrezza, qualità indispensabile per fare il contabile presso la ditta di spedizioni più prestigiosa di Como dove aveva trovato lavoro.

Ciò che Cecilia ammirava nel suo innamorato erano gli interessi, molto diversi da quelli dei giovani del borgo dov’era cresciuta, che preferivano l’osteria a un libro o a un giornale. Sandro era stato colpito, invece, dalla determinazione con cui lei affrontava ogni difficoltà e dalla sua intelligenza, mortificata purtroppo dalla scarsa istruzione.

Come un maestro paziente l'aveva presa per mano, insegnandole il gusto per la lettura e aprendole gli occhi sulle sorprese di cui la vita era piena, sorprese che l’attendevano oltre il profilo della montagna di Brunate e nelle pagine di un libro non ancora sfogliato.

«Vorrei che tu sentissi il profumo del mare» le aveva detto un giorno in cui il lago, per un insolito gioco di luci, era diventato turchese come l’Adriatico.

«Lo vorrei anch’io, ma ci vogliono soldi per viaggiare e noi non abbiamo nemmeno il necessario per sposarci».

Con un moto d'orgoglio il ragazzo aveva tolto dalla tasca il suo portamonete di conchiglia e gliel’aveva mostrato: «Questo è il mio portafortuna, me lo donò il babbo nel periodo in cui ci trasferimmo sulla riviera marchigiana. Qui ci tengo i risparmi che serviranno a costruire il nostro futuro. Per ora sono pochi, ma vedrai che cresceranno e potremo permetterci grandi cose».

Il freddo le fece venire la pelle d’oca. Cecilia posò l’asciugamano sul bordo della petineuse e andò a prendere il corpetto nuovo. Quando aprì il cassetto del comò, il profumo di spigo si diffuse nell’aria.

Era merito di Isabella se la biancheria sapeva di buono. All’inizio dell’estate, la mamma la portava in battello fino a Nesso e non lo faceva solo per una visita di cortesia ai genitori di Zaverio. Nell’orto di Franco e Gioconda cresceva un cespuglio di lavanda da cui coglieva i fiori in grandi fasci. Una volta rientrata a Como, li legava a un bastone appeso in solaio e, quando erano secchi, li infilava tra le lenzuola e gli indumenti intimi dentro sacchetti di tela.

Il profumo dolciastro che penetrò nelle sue narici riportò alla mente di Cecilia i nonni paterni. Amava la loro casa affacciata sul lago, era un edificio alto e stretto le cui fondamenta pescavano direttamente nell’acqua.

È tanto che non li vedo…

Col pensiero rivolto a Franco e Gioconda, infilò quella maledetta corazza di stecche. Non era facile stringere i lacci senza l’aiuto di qualcuno. Trattenendo bene il fiato, riuscì a fare tutto da sola e, quando anche l’abito della festa fu abbottonato, ripose la camicia da notte sotto il cuscino.

«Devo trovare la borsetta. Accidenti, dove l’avrò messa?» sussurrò. «Ah, eccola…»

Frugò sul fondo per assicurarsi che ci fossero ancora il velo e la corona del rosario che aveva usato due giorni prima per l’apertura del mese mariano.

«E c’è pure il portamonete con gli spiccioli per l’offerta».

La sveglia segnava le sei meno ventisette. Troppo presto per uscire.

Spense la candela, ormai non ce n’era più bisogno, poi tornò a sedersi alla petineuse, sperando che quei pochi minuti passassero in fretta.


Erano cinque anni che frequentava Sandro.

I primi tempi si era ben guardata dal dirlo ai familiari. Il suo silenzio era durato solo pochi mesi, sapeva che prima o poi sarebbe successo, certe cose non si possono nascondere.

Un giorno, passando per caso dall’angolo di via Borsieri, Zaverio l’aveva sorpresa in dolce compagnia. Non c’era stato bisogno di far parole. Seguendo il dito indice puntato verso il borgo di Santa Margherita, Cecilia si era diretta a casa col fiato sospeso.

Appena chiuso il portone, era iniziato l’interrogatorio.

«Chi era quello lì?»

«So di aver sbagliato a tacere,» la voce le tremava, «si chiama Sandro, sta a due passi da qui».

«Mai visto prima. E come farebbe di cognome questo… questo Sandro?»

«Panunzi» aveva risposto lei, titubante.

«Ecco, lo sapevo! Non è un cognome dei nostri!»

«Non arrabbiatevi, vi prego! Che importanza ha se non è dei nostri?»

«Certo che ha importanza! Credi che io sia un rimbambito? Poco fa l’ho sentito parlare e ho capito al volo che l’è un terùn. Tutti lazzaroni e disonesti quelli che vengono dal Sud».

«Non è vero!» saltò su la ragazza. «Il Sandro è una persona perbene, un gran lavoratore».

«Un gran lavoratore? Non farmi ridere. E che lavoro farebbe?»

«Lo spedizioniere alla Stucchi…»

«Ah, lo spedizioniere? Un imbratacarta, quindi. Bella roba. Quella è gente che non alza mai il culo dalla sedia e l’unica cosa che sa fare è intingere il pennino nell’inchiostro. Stai tranquilla che, quando verrà il momento di prendere marito, ti troverò io un bravo tessitore, un tessitore nato e cresciuto a Como, il figlio del signor Albonico per esempio. Genesio si chiama. Quello lì, sì che è un buon partito».

«Ma…»

«Ma un corno! Sta’ zitta e ringrazia il cielo che oggi sono in buona, sennò ti avrei già riempita di botte. E ricorda che se ti trovo un’altra volta a parlare con quel terùn, una punizione esemplare non te la toglie nessuno!»

Cecilia aveva finto di assecondarlo il tempo necessario perché le acque si calmassero, poi aveva ripreso a frequentare quel ragazzo venuto da lontano, facendo bene attenzione a non farsi scoprire.

Carlotta era l’unica a conoscere il suo segreto. Il moroso della sorella, però, le stava antipatico.

Un giorno, mentre si trovavano a lavorare nella stanza dei telai, se n’era uscita con queste parole: «Il tuo Sandro è talmente magro che sembra un manico di scopa, mi dici cosa ci trovi di bello?»

«Per fortuna non abbiamo gli stessi gusti» aveva risposto la maggiore «a me piace così com’è e poi, di lui, non è tanto l’aspetto ad attirarmi quanto la parlantina».

«L’hai detta giusta, mi sono accorta anch’io che non si fa battere da nessuno con la lingua, peccato che parli solo in italiano e io capisco la metà di quel che dice».

«Tu cosa c’entri? L’importante è che sia io a capirlo».

«Contenta te… ma non ti sei mai accorta che è diverso?»

«Cosa intendi dire per diverso?»

«Oh quanto sei indietro… devo proprio spiegarti tutto?»

«Spiegarmi cosa?»

«Sì, insomma… sembra un patina. Sai, con quei modi di fare tanto gentili...»

Cecilia l’aveva fissata con espressione sbalordita.

«Non dirmi che non sai cos’è un patina?» l’aveva punzecchiata Carlotta, che pure era più giovane di due anni e mezzo.

«No, non lo so».

«Un patina è uno che invece delle femmine ci piacciono i maschi».

«Sciocca!» aveva ribattuto la maggiore. «Tra noi due, quella che non capisce niente sei tu! E adesso basta parlare del Sandro che se nostro padre scopre che ci vediamo di nascosto mi ammazza di botte».

Neppure Isabella nutriva simpatia nei confronti del Panunzi e, quando il rapporto era diventato palese, si era messa a rivangare una vecchia faccenda di famiglia.

«Non vorrai fare la fine della tua povera zia Carolina, vero?»

«Smettetela di raccontarmi questa storia che oramai la so a memoria».

«Hai un bel dire figlia mia, ma a fidarsi della gente venuta da fuori ci si trova sempre inguaiati, proprio come è successo a mia sorella che è rimasta incinta un mese dopo aver conosciuto quel maledetto mercante genovese».

«Che paragoni fate, mamma? Il mio Sandro non è disonesto come lo zio Filiberto, lui non ha mai provato neppure a darmi un bacio!»

I lineamenti di Isabella si erano induriti: «Non chiamarlo zio che non merita di essere considerato nostro parente. Quello è sempre stato un bugiardo, un bugiardo rovina famiglie. Lo sai, vero, che non l’aveva detto a nessuno di essere un mangiapreti? Se l’avessimo saputo, le cose sarebbero andate diversamente. Il giorno delle nozze riparatrici li abbiamo aspettati più di un’ora alla basilica dell’Annunziata. Il prevosto aveva esposto perfino la reliquia del Santo Crocefisso, ma loro non sono mai arrivati. Subito dopo la cerimonia civile1, quel disgraziato ha trascinato la mia povera sorella alla stazione e l’ha obbligata a salire su un treno per Genova. Ormai era diventata sua e non potevamo più riaverla indietro. Di lei non abbiamo saputo nulla finché non è arrivato quel telegramma. Nel leggerlo, la tua nonna Linda è sbiancata. C’era scritto che la sua figliola era morta di parto. Se è andata al creatore senza la benedizione di un prete, la colpa è di quel forestiero mascalzone che prima le ha tolto la virtù e poi l’ha costretta a mancare di rispetto a Dio e alla Santa Madre Chiesa».

«Per favore mamma, non fatemi questi discorsi. Vi assicuro che il mio Sandro crede nel Signore e non manca mai a una festa comandata. È proprio alla basilica del Santo Crocefisso che l’ho conosciuto. C’eravate anche voi, non ricordate?»


Era il giorno di Pasqua. All’epoca, Cecilia stava per compiere sedici anni.

Mentre usciva dal portone dell’Annunziata, un tipo dall’accento strano l’aveva salutata con grande deferenza.

«Chi è quello lì?» le aveva domandato Isabella che la seguiva di qualche passo.

«Non ne ho idea» aveva risposto la figlia, stupita e lusingata.

Nelle narici avvertiva ancora l’odore dell’incenso e sulla lingua il sapore dell’ostia benedetta. L’aveva visto sparire dietro l’alberata del viale Varese e, un minuto dopo, stava pensando ad altro.

Sandro, invece, l’aveva già notata tre giorni prima, durante la tradizionale processione del giovedì Santo e, da quel momento, non era più riuscito a togliersi dalla testa il suo sguardo fiero e i capelli neri come il fondo del lago.

Nelle settimane successive, Cecilia aveva attribuito al caso i loro frequenti incontri che avvenivano sempre in prossimità della basilica o dell’oratorio, ma il caso non c’entrava affatto e anche lei, ben presto, aveva cominciato a desiderare la sua presenza.

Il loro rapporto era stato favorito dalla vicinanza delle rispettive abitazioni, tuttavia, dopo un paio d’anni, la situazione si era complicata.

Isabella non resisteva a lungo nella stessa casa, la sua era quasi una mania. Il desiderio di cambiare si presentava improvviso e imprevedibile. «Sono stufa di star qui!» si limitava a dire, senza aggiungere altro.

Zaverio aveva sempre assecondato la sua mania bizzarra con un po’ di perplessità, ma questa volta l’aveva fatto senza esitazione. Il suo intento era di togliersi dai piedi il terùn che riempiva di balle la testa della primogenita.

Per non sbagliare, aveva cercato un alloggio fuori città, più precisamente nel paesino di Maslianico.

Cecilia e Sandro riuscirono ben presto a trovare il modo di comunicare.

Subito dopo il pranzo, con la scusa di sgranchirsi le gambe intorpidite dalle ore passate al telaio, la ragazza raggiungeva la cappella al limitare del bosco e infilava un biglietto in una rientranza del muro.

Lui, terminato il lavoro presso la casa di spedizioni, inforcava il suo velocifero e, con pedalata sicura, percorreva in un soffio la distanza che separava Como dal confine svizzero al solo scopo di ritirare il messaggio e lasciare una risposta.

Di tanto in tanto, riuscivano perfino ad incontrarsi.

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Era il testo dell’ultimo foglietto, redatto, come sempre, in un codice segreto per proteggerne il contenuto da occhi indiscreti.

Sandro lo lesse con piacere.

Nel vederlo cavalcare per le strade di Maslianico in sella a quell’aggeggio tutto raggi e ferraglie, Zaverio subodorò la tresca e quando Cecilia gli chiese il permesso di starsene fuori per l’intero pomeriggio della domenica, la seguì di nascosto.

L’attesa non durò a lungo.

«Giù le mani da mia figlia!» urlò, sbucando dall’angolo del muro, «e che non ti veda mai più girare da queste parti» aggiunse, trascinando via la primogenita a strattoni.

A casa scoppiò l’inferno.

«Tu hai tradito la mia fiducia! D’ora in poi non metterai più piede fuori di qui, se non accompagnata da me».

Quella notte la ragazza si rigirò nel letto senza prendere sonno, finché le venne una bella pensata e, al risveglio, la mise in atto.

«Per piacere, non fare così che per te finisce male!» la pregò Isabella. E aveva ragione, perché quando Zaverio la vide seduta in cucina a braccia incrociate, attaccò a urlare come un forsennato.

«Che ci fai con le mani in mano?»

«Ho deciso di non lavorare più a telaio».

«Cosa?»

«Sì, avete capito giusto! Se non mi lasciate incontrare il Sandro, non farò più la pezza. E non parlatemi del Genesio che non lo voglio neppure se me lo presentate su un vassoio d’argento».

«Davvero sei così stupida da preferire un imbratacarta a un tessitore?»

«Un imbratacarta? Oh papà, perché non vi piacciono le persone istruite? Il mio Sandro non è un trelire, lui guadagna bene, alla Stucchi gli danno più di cinquanta lire al mese».

Zaverio si zittì, quella cifra era un particolare interessante. Il silenzio che seguì, fu un invito a continuare.

«Adesso che sapete quanto guadagna, non è che potreste considerare l’idea di lasciarmelo sposare?»

«Sposare? Solo perché prende cinquanta lire al mese? Ma lo sai quanto prende un tessitore?»

Lei lo guardò smarrita, non si era mai interessata d’affari.

«Se lavori bene al telaio, quella cifra la superi di gran lunga».

«Che importanza ha se il Sandro guadagna meno di un tessitore? A me il denaro non interessa».

«Basta con queste balle! Quel terùn tu non lo devi più incontrare!»

La figlia lo folgorò con lo sguardo. A lungo aveva sopportato la sua maleducazione, ma ora aveva superato il limite: «Non permettetevi più di chiamarlo terrone!» rispose stizzita.

«Quello lì, io lo chiamo come mi pare e piace!» La voce del papà si era alzata di un’ottava. «E finché non te lo toglierai dalla testa, non uscirai più da qui, se non per andare a messa accompagnata da me!»

«Sapete cosa vi dico? Da oggi il mio telaio potete restituirlo al padrone».

«Disgraziata d’una lazzarona, tu vuoi proprio rovinarmi!»

Zaverio non era un tipo violento, tuttavia, quando gli giravano i cinque minuti, sapeva far male. Il primo schiaffo fu parato dalle braccia alzate, gli altri, invece, arrivarono tutti a segno.

«Basta, basta per amor del cielo!» intervenne Isabella, fermando la mano pesante del marito.

«Per oggi hai avuto la tua dose, ma non è finita qui. Ricorda che chi non lavora non mangia, perciò, niente cibo finché non riprenderai a fare la pezza!»

Cecilia si sentiva bruciare e non solo la pelle. Con un moto d’orgoglio cercò di trattenere le lacrime.

«Se non mi date il permesso d’incontrare il Sandro, sarò io la prima a lasciami morire di fame!» Ma il padre non colse le sue parole perché se n’era già andato, sbattendo l’uscio con lo sguardo furioso di chi non accetta di essere contraddetto.

Per convincerla a riprendere il lavoro, Zaverio la picchiò a più riprese, accompagnando i ceffoni con insulti indirizzati a quel disgraziato rovinafamiglie di un forestiero.

A nulla servirono le suppliche della mamma. Isabella temeva che la figlia potesse ammalarsi, non solo per le botte, ma anche per la mancanza di cibo e riposo.

Dopo una settimana di digiuno, le guance di Cecilia non erano più così piene. Indebolita dalla fame, la ragazza intraprese un'azione estrema: infilò le forbici alla base delle trecce e con aria di sfida, resa più severa dai lividi che le segnavano il viso, chiamò il padre.

«Se non mi lasciate parlare col Sandro mi taglio i capelli!»

«I capelli?» sussultò lui, allungando la mano per strapparle l’arnese «non puoi farlo! Cosa dirà la gente?»

Ma la figlia era già corsa in un angolo della cucina. Le lame si stavano chiudendo.

«Ferma!»

I due si studiarono come cani rabbiosi.

L’uomo aveva fatto i suoi conti. Per colpa di quella stupida disputa stava perdendo un sacco di soldi. Quando riprese a parlare, il tono era meno duro: «Dai, piantala di far stupidate. Se ti rimetti a lavorare, ti lascio uscire ancora da sola, ma chiariamo subito le cose: non voglio vedere quel… quel Sandro ronzare intorno a casa mia. Intesi?»

Più che una vittoria si trattava di una tregua, perché aggiunse: «Ricordati che il permesso di sposarlo non te lo do, né adesso, né mai. E ora molla quelle forbici e fila al telaio».

Passò qualche anno prima che Isabella si decidesse di nuovo di traslocare. Stavolta Zaverio scelse il Paradisett con un intento preciso. Non lontano, sorgeva il Badirada, locale gestito da Emilia, sorella di sua moglie. L’uomo ci aveva visto l’affare. Grazie alla vicinanza della trattoria, le due figlie avrebbero potuto aiutare la zia a servire ai tavoli nelle sere di maggior affluenza, arrotondando le entrate familiari.


La sveglia segnava le sei meno un quarto.

«Oggi è il giorno della liberazione» sussurrò Cecilia, rivolta alla sua immagine riflessa nello specchio. Per la prima volta si vedeva come una donna in grado di scegliere il proprio futuro e non più come una ragazzetta vittima di un padre ottuso.

«Quando compirai ventun anni non servirà più la sua firma sui documenti per il matrimonio» le aveva detto Sandro qualche mese prima e, da quel giorno, lei non aveva fatto altro che contare le ore che la separavano dal 3 maggio. Incoraggiata dal fidanzato, aveva preso appuntamento con don Callisto Grandi, il sacerdote di Sant’Agata che, quella stessa mattina, avrebbe spiegato loro cosa preparare in vista delle nozze.

L’autorizzazione di Zaverio era comunque d’obbligo, se non voleva rompere i rapporti con la famiglia, ma la parvenza di emancipazione dovuta alla maggiore età la rendeva euforica al punto da farle travisare la realtà.

Stava già per abbassare la maniglia, quando udì un bisbiglio. Il papà si era svegliato e stava parlando a Isabella.

«Ieri sera all’osteria ho incontrato il signor Albonico».

Le parole arrivavano attutite dal muro come da un imbuto riempito di bambagia.

Incuriosita, la ragazza appoggiò l’orecchio alla parete.

«Finalmente si è deciso a chiedermi in sposa la Cecilia per il suo Genesio. Quel pidocchio, però, vuole una dote spropositata».

La risposta di Isabella sembrava un lamento: «Non sarebbe meglio parlarne prima con lei?»

«Parlarne con lei? Neanche per idea! E poi devo fare ancora i miei conti, ma se salta fuori che questo matrimonio ci conviene, nostra figlia dovrà fare quello che voglio io, non ci sono santi».

La ragazza s’immobilizzò: «Piuttosto che sposare quel buzzurro di Genesio mi faccio suora!» sussurrò stizzita. Detto ciò, uscì dalla stanza da letto facendo piano, attraversò il corridoio in punta di piedi, scese velocemente le scale, aprì il portone e una volta per strada si guardò indietro. Se avesse ascoltato il suo istinto, non sarebbe più tornata al Paradisett, ma sua madre non meritava un simile dispiacere.

L’aria frizzante del mattino le ridiede speranza. Si diresse correndo a Sant’Agata e, pochi minuti dopo, quando scorse Sandro seduto ad aspettarla sui gradini della chiesa, le era già venuto in mente un piano per far cambiare idea a Zaverio.


1. Prima del concordato (anno 1929) il matrimonio con rito religioso non aveva effetti civili, quindi era necessario procedere con due celebrazioni distinte (n.d.a.).



Premio letterario CITTA' DI COMO: FINALISTA 2017

Premio letterario CITTA' DI AOSTA: PRIMO CLASSIFICATO 2017


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