Home     Chi siamo    I nostri libri    Collane      Autori

Pubblica     Esordienti     Eventi     Stampa    Contatti


Collana Giallo Grano

II. Discesa nell’ombra


7 dicembre 2009, lunedì.

L’infermiera si affacciò nella sala d’attesa e chiamò il suo nome storpiandolo, come del resto era successo quasi ogni giorno negli ultimi trent’anni. I francesi avevano il vizio di mettere l’accento sulla sillaba finale. Ma adesso questo era l’ultimo dei problemi. Massimo Olivari entrò nello studio e il suo sguardo fu immediatamente catturato dal diafanoscopio collocato sulla parete di fondo. Sullo schermo illuminato era sistemata una serie di lastre che mostravano dettagli del suo corpo e dell’ospite indesiderato che lo stava divorando. L’uomo non era in grado di cogliere in quelle immagini ciò che il professore, con l’occhio addestrato del medico, vi aveva visto e tanto meno di capire i termini che da lì a qualche minuto lo stesso gli avrebbe letto nel referto, ma dentro di sé sentiva chiaramente ciò che la sua presenza in quel luogo significava: game over. Non aspettò che il luminare lo invitasse ad accomodarsi e si sedette sulla poltrona fissando il medico con aria di sfida.

«Temo di non avere buone notizie per lei, monsieur Massimò».

Il professor Philippe Zonca, primario di medicina generale presso il Centro Ospedaliero Universitario di Nizza, non era un uomo che non sapesse dire come stavano le cose, per quanto sgradevole potesse essere, tuttavia esitò. Il paziente che gli stava di fronte era rimasto imperturbabile e continuava a sfidarlo con lo sguardo. Il medico fece una pausa, fissando l’uomo dritto negli occhi e aspettando una qualche replica da parte del paziente che, invece, rimase in silenzio, con lo sguardo privo di espressione, come se davvero non gli importasse nulla di quello che il medico aveva appena comunicato. In fondo, niente lo aveva sorpreso nelle parole del professore. Semplicemente, l’uomo aveva capito da molto tempo. E non aveva avuto bisogno di esami e analisi. Sapeva, perché certe cose le senti dentro di te e non serve fingere. Massimo Olivari, come la maggior parte dei malati terminali, aveva sviluppato una sensibilità particolare che ti dice, ancora prima che qualunque dottore pronunci il proprio verdetto inappellabile, quanto sta accadendo nel tuo organismo. La campanella dell’ultimo giro risuonò beffarda nel cervello di Massimo.

«Gli esami istologici confermano uno stadio piuttosto avanzato. Anche la TAC non lascia dubbi. Inoperabile. Mi spiace.”

Monsieur Massimò chiuse gli occhi e si irrigidì. Il medico proseguì con voce priva di colore, quasi ad anticipare una domanda che l’altro, in realtà, non aveva alcuna intenzione di fare.

«Per fortuna le sue condizioni generali sono al momento piuttosto buone. Ma, considerata la natura del tumore, direi che le rimangono otto mesi, un anno al massimo. Queste,» disse facendo scivolare sulla scrivania un paio di ricette, «le serviranno quando i dolori diventeranno più forti. Se posso…»

No, non poteva. Non c’era nulla che il dottor Zonca, o qualcun altro, avrebbe potuto fare. Le sue parole erano state fin troppo chiare. Nessuna richiesta. Nessuna comprensione fasulla, nessun retorico pietismo. Meglio il silenzio. Ritirò la busta che il professore aveva fatto preparare e uscì dalla stanza. Senza salutare.

Prima di risalire in macchina fu tentato di gettare tutto in un cassonetto, ma si trattenne e infilò la sua condanna nel bagagliaio. Più tardi avrebbe deciso cosa farne. Il sole di una mattinata di dicembre non eccessivamente fredda invitava a coltivare pensieri differenti. Meglio non sprecare l’occasione.

Due ore più tardi, dopo essersi fermato in un supermercato per comprare qualche cosa di pronto da mangiare e un paio di bottiglie di Chablis, Massimo si diresse verso un porticciolo non lontano da Cassis. Noleggiò la barca di un pescatore e, avviato il motore, puntò in direzione dei calanchi. Qui rimase fin verso il tramonto per ascoltare il mare d’autunno e osservare in religioso silenzio il progressivo trascolorare delle rocce calcaree che gradatamente passavano dal bianco al rosa e infine al viola. Si lasciò quindi avvolgere dal lento allungarsi delle ombre che molto presto avrebbero inghiottito ogni cosa.

Forse avrebbe dovuto acquistare una barca, una di quelle vere, fatte per affrontare il mare aperto. Avrebbe alzato le vele e si sarebbe lasciato trasportare dai venti finché le forze l’avessero sostenuto. E avrebbe trovato infine un luogo sconosciuto dove gettare l’ancora e consumare gli ultimi respiri in quella pace così a lungo desiderata. Massimo, mentre si immaginava al timone, sapeva benissimo che simili posti non esistono se non nella fantasia. Aveva attraversato troppe volte il pianeta per non essere consapevole del fatto che questo mondo, ovunque ci si trovi, è sempre e soltanto lo stesso schifo. E, in fondo, anche il viaggiare gli era venuto a noia.

Da più di un anno aveva smesso di accettare contratti. Non che si sentisse inadeguato, ma dopo l’affare di Santo Domingo, del resto portato a termine per motivi strettamente personali, aveva capito di essere stanco di quella vita e che tutta la rabbia che lo aveva divorato negli ultimi trent’anni era di colpo svanita.

Dalla tasca interna del giaccone prese due lettere. La prima era della sorella che lo invitava a trascorrere il Natale a casa sua e a incontrare finalmente il nipote; la seconda era di una giornalista italiana che s’era occupata in passato di una vicenda che a Massimo stava particolarmente a cuore: la donna, in risposta a una richiesta di incontro che l’uomo le aveva inviato un paio di settimane prima, si dichiarava disponibile e lasciava un recapito telefonico al quale trovarla. L’uomo le rilesse entrambe, pur conoscendone a memoria il contenuto. Fece un lungo sospiro e rimise le lettere in tasca.

Era ormai tempo di rientrare e sistemare un po’ di cose.

Quella notte Massimo fece un sogno. Uno di quelli strani, di quelli che ti ricordi per molto tempo anche oltre il risveglio. Ricco di simboli, alcuni di facile interpretazione, altri di non immediata lettura. Era molto più di un sogno: al tempo stesso un viaggio nel passato e una proiezione nel futuro che di lì a poco lo avrebbe inghiottito.

***

La prima immagine che rammentava era quella di una minacciosa coltre di nubi. Una di quelle giornate con un cielo talmente basso e grigio che sarebbero tanto piaciute a Jacques Brel. Con passo leggero stava risalendo i gradini che conducevano alla Basilica della Valle de los Caídos. La candida struttura si stagliava sullo sfondo come una gigantesca figura che allarga le sue braccia come per cingere tutto ciò che si trova intorno. Ai lati della scalinata, le ombre dei combattenti nazionalisti s’erano destate dal proprio riposo e facevano ala al suo passaggio. Il mugghio di un vento teso e gelato era l’unico suono percepibile. Massimo si era fermato un istante e aveva sollevato lo sguardo per fissare l’enorme croce bianca che con i suoi centocinquanta metri d’altezza incombeva sul monumento. Poi aveva ripreso la marcia.

In cima alla scalinata José Antonio Primo de Rivera lo stava aspettando. L’eroe, che aveva mostrato ai repubblicani di quale pasta fosse fatto un uomo vero, sorrideva così come sorride un padre per il ritorno di un figlio rimasto troppo a lungo lontano da casa. Era arrivato anche Degrelle che, risorto dalle proprie ceneri come l’araba fenice, era tornato per l’occasione direttamente da Berchtesgaden. L’anziano Oberführer se ne stava in posizione leggermente defilata, alla destra del fondatore della Falange, che era pur sempre il padrone di casa, ma si capiva benissimo che sarebbe stato il leone belga a tenere il discorso di benvenuto.

Il vento aveva smesso di colpo di soffiare. Un mormorio sommesso la cui intensità stava progressivamente crescendo richiamava la sua attenzione verso quanto si stava muovendo dietro alle due figure in divisa. Un altro fitto gruppo di ombre che sembravano provenire direttamente dall’interno della basilica, schierate come il quarto stato nell’omonimo dipinto, stava lentamente avanzando verso il proscenio. Tra queste, Massimo poteva riconoscere il fratello Tommaso, cristallizzato nei suoi sedici anni e altre persone care che aveva perduto lungo il cammino. Ma la maggior parte dei volti dei presenti non gli diceva nulla. Poteva solo capire che molti di questi non erano animati da sentimenti amichevoli. Anche se non riusciva a distinguere le loro voci e capire le loro parole, il suono che tutti assieme emettevano era tagliente come una lama affilata. Era un suono gonfio di rabbia e risentimento che come un’onda insanguinata lo sommergeva, affogandolo nel mare della sofferenza e del dolore che lui stesso aveva causato.

Poi Primo de Rivera aveva alzato un braccio, spegnendo ogni rumore. Aveva fatto un cenno a Massimo che si avvicinò. Intanto Degrelle s’era portato al centro della scena e, a un cenno del martire spagnolo, aveva iniziato a parlare. Come un antico sacerdote pagano nelle cui fibre risplenda una qualche scintilla divina, il generale aveva cominciato la sua orazione. La voce era disturbata e le parole risultavano distorte e non sempre comprensibili. Massimo avvertiva la stessa sensazione che provava da bambino quando la vecchia Radiomarelli a valvole del padre andava fuori sintonia e il suono emesso dall’apparecchio si faceva gracchiante stridendo in modo fastidioso.

Etsi mortuus urit. Seppur morto, egli arde… Possano queste parole ardere ancora un momento, riscaldare ancora un istante… CCCRRRWWWIIZZ… le anime possedute dalla passione di… CCCRRRWWWIIZZ… credere: di credere malgrado tutto, malgrado la…CCCRRRWWWIIZZ… l’immenso campo di rovine morali di un mondo che è certo di non aver più bisogno di salvezza… CCCRRRWWWIIZZ… Solo coloro che hanno fede sfidano e rovesciano il destino! … CCCRRRWWWIIZZ… E lottate! Il mondo, lo si perde o lo si prende! … CCCRRRWWWIIZZ… Nel deserto umano, in cui belano tanti montoni, siateci leoni! … CCCRRRWWWIIZZ… come loro intrepidi! … CCCRRRWWWIIZZ…CCCRRRWWWIIZZ…”

Massimo poteva vedere l’anziano generale che, dritto nella sua uniforme delle Waffen-SS, continuava a parlare, ma ai movimenti della bocca non corrispondeva più qualcosa di umano. Era ormai un suono inarticolato che presto si era tramutato in un rumore simile a quello di un congegno elettrico, di quelli che presiedono ai movimenti di mastodontici macchinari. Massimo non capiva cosa stesse accadendo. Avrebbe voluto fuggire, ma le gambe sembravano non rispondere ai suoi comandi. Per la prima volta in vita sua provava una sensazione simile al panico. Tutto attorno all’uomo si stava rapidamente dissolvendo: ora non c’era più Primo de Rivera, né Degrelle. Anche le ombre erano svanite.

La Valle de los Caídos era adesso un inquietante deserto metafisico, il cui biancore lunare aumentava a dismisura il senso di disagio. Improvvisamente uno stridio agghiacciante si era levato da entrambi i lati della basilica. Massimo, per quanto pietrificato dall’angoscia, riusciva ancora a muovere il capo. Lentamente si era voltato verso le estremità della struttura, prima a destra e poi a sinistra. Quello che vedeva nell’uomo stava diventando terrore assoluto, un urlo disumano che non riusciva tuttavia a liberarsi. I lati della costruzione erano diventati adesso due enormi braccia che lentamente cominciarono a chiudersi su di lui, stringendolo in un abbraccio mortale.

***

Massimo Olivari si svegliò di soprassalto. Madido di un sudore ghiacciato che gli aveva incollato la maglietta alla pelle e con un respiro reso affannoso da un senso di oppressione che come una morsa gli schiacciava il torace. Scese in cucina e si versò un bicchiere d’acqua che ingollo tutto d’un colpo. Estrasse una sigaretta dal pacchetto di Gitanes papier mais che aveva lasciato sul tavolo. L’accese e tirò una lunga boccata. Un profondo accesso di tosse gli scosse i polmoni e lo fece piegare in due. Espettorò un grumo di muco sanguinolento e fu preso da conati di vomito. Tirò una bestemmia. E si accese un’altra sigaretta.

Sentiva freddo. Si spostò in soggiorno e si coprì con un plaid che aveva lasciato la sera prima sul divano. Dalla credenza prese una bottiglia di Remy Martin, un libro di Celine e ritornò in cucina. Di riprendere a dormire non se ne parlava. Si versò nel bicchiere una dose abbondante di liquore e lo mandò giù tutto d’un fiato. Il libro era Viaggio al termine della notte ed era l’unico che Massimo portava sempre con sé. Fino alle dieci del mattino rimase così: tra cognac, sigarette e pagine aperte a casaccio e lette con estrema lentezza per assaporare ogni singola parola.

Olivari guardò l’orologio sulla parete. Era ormai tempo di muoversi. Ritornò al piano di sopra per darsi una sistemata e riacquistare un aspetto decente. Dopo un’ora era seduto alla scrivania dello studio e si preparava a fare la prima telefonata della giornata. La sorella Francesca rimase sorpresa nel sentire la sua voce e ancora di più che avesse accettato l’invito. Massimo avrebbe trascorso le feste con lei e il figlio Tommaso e si sarebbe fermato per tutto il mese di gennaio. L’uomo non disse nulla delle proprie condizioni. Per quello ci sarebbe stato tempo. Poi chiamò un suo amico notaio a Berna e gli disse che prima di andare dalla sorella sarebbe passato da lui per sistemare alcune faccende. Peter Brönnimann era un compagno d’armi e un vecchio camerata. Forse il solo amico che gli fosse rimasto. Massimo lo informò dell’esito degli esami e di quelle che erano le sue intenzioni finché fosse stato in grado di muoversi in autonomia. Poi fece la telefonata più importante. Rimase più di un’ora a parlare con la giornalista e, pur non scoprendo le proprie carte, riuscì a suscitare la curiosità professionale nella sua interlocutrice. Si accordarono per incontrarsi all’inizio di gennaio. Massimo le assicurò che non si sarebbe pentita dell’incontro e delle informazioni che lui le avrebbe passato.

Tutto il pomeriggio Olivari lo trascorse a preparare il materiale che avrebbe portato con sé nella trasferta. Una borsa per Brönnimann contenente i documenti originali e una grande busta con delle copie che aveva preparato per la giornalista italiana. Alle sette si alzò e si preparò a uscire. Gli era venuta fame e decise che quella sera avrebbe cenato in un discreto ristorantino lungo la costa. Si mise il giaccone e infilò la sua HK 45 nella fondina ascellare dopo aver controllato che il caricatore fosse pieno. Ora poteva andare.