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Collana Giallo Grano

STRANI INCONTRI

Si sta facendo tardi e ormai alla stazione non c’è più nessuno. Un vecchio che parla da solo si sistema dall’altra parte del binario tra stracci e cartoni. Si capisce che è un habitué. Da dietro il cestino dei rifiuti tira fuori qualcosa e se la ficca soddisfatto in tasca. A Volpilandia non mi era mai capitato niente di simile. Sono a Canlandia da dieci giorni e ho visto tanta di quella gente dormire nei parchi, sotto i ponti, agli angoli delle strade da capire che, in mezzo a tutta questa ricchezza, chi non ha un posto dove andare va allontanato, nascosto alla vista. Hanno fatto così anche con me. Nessuno mi ha offerto da mangiare, così me lo sono preso da sola. Chissà se anche quel poveraccio avrà fatto lo stesso?

Mi guardo nelle tasche. Trovo ancora quattro biscotti di quelli che ho trafugato in un enorme mercato due giorni fa. Nessun treno in arrivo, non ci sono vibrazioni sotto i piedi nudi. Salto giù dal terrapieno, oltrepasso i binari e raggiungo il vecchio, che stringe sospettoso i suoi cartoni:

«Vuoi?» gli offro due dei biscotti. Gli altri mi servono per colazione domattina.

I suoi occhi sono velati di una solitudine atavica. Non so se riesce a vedermi. Fissa il cibo e solo per un istante posa lo sguardo su di me, come se avesse paura. Comprendo il suo disagio: glieli lascio sul lembo del panno e me ne torno da dove sono venuta. Solo quando sono di nuovo sulla mia panchina, li divora avidamente lanciandomi un timido cenno.

È notte fonda, ma non riesco a dormire. I tremiti del cemento sotto il passaggio delle automobili fanno un rumore sinistro. La mia mente immediatamente si perde nei ricordi, quando con i miei amici ero rimasta intrappolata in una grotta. Siccome era buio pesto, ci eravamo messi a giocare a mosca cieca, così nessuno poteva barare. Afferro il ciondolo di Helsa e sospiro forte. Cosa staranno facendo ora?

Un rumore mi riscuote: che mi fossi appisolata? Sono risa e passi giù per le scale. Tre cani arrivano chiassosi sul binario. Lancio un’occhiata al tabellone, non ci sono treni in arrivo. Quelli vengono nella mia direzione, sghignazzando tra loro. Poi d’un tratto mi notano. È difficile non accorgersi che sono una volpe: loro ci vedono tutti uguali solo perché abbiamo i capelli rossi come la Fiamma del Vento, che campeggia sulla nostra bandiera, e gli occhi blu come il nostro bel mare incontaminato. Si mettono a ridere più forte e circondano la panchina. Io li guardo di sottecchi. In tasca ho solo un temperino e lo nascondo nel palmo della mano, per ogni evenienza. Cominciano a sfottermi. Non sanno cosa fare: stanno aspettando che uno dei tre prenda l’iniziativa. Sono codardi, come al solito. In realtà vogliono che io mostri paura, mi metta a urlare o che tenti di scappare, ma questo io non lo faccio e loro sono già sconcertati. Potrebbero anche andarsene senza provocare oltre, ma qualcosa li distrae. Il barbone si è svegliato:

«Razza di scellerati!» grida, «Lasciatela stare! È solo una cucciola.» Evidentemente gli mancano dei denti perché la s fischia da far ridere. I tre tipacci inveiscono anche contro di lui, finché uno non prende coraggio e allunga una mano verso di me, per afferrarmi il collo. In sequenza: lo mordo, lo calcio e lo spingo verso il margine del terrapieno. Caracolla e stramazza con un tonfo sui binari. Gli altri due si girano, non fanno in tempo a guardarmi che sistemo anche loro. Un quarto, spuntato dal nulla, mi afferra alle spalle, impedendomi i movimenti. Sto per far scattare il temperino, quando si presenta:

«Ferma! Polizia».

A turno i tre piagnucolano di essere stati aggrediti. Il barbone farfuglia qualcosa, ma il poliziotto zittisce tutti: «Sparite, voi! Ehi, tu laggiù, vuoi finire dentro per ubriachezza molesta?»

Finalmente mi molla.

«Una volpe?»

Sì, lo so, sono una volpe.

«Che diavolo ci fai qui a quest’ora?»

Forse potrei scappare lungo i binari, non mi seguirebbe di certo, ma sembra intuire i miei pensieri, perché in un lampo mi ammanetta e mi trascina via.

Fuori dalla stazione c’è un’autopattuglia; lui mi solleva quasi da terra, per mostrare il trofeo al suo compare in macchina. Gli do uno strattone con la catena per ricordargli di mettermi giù.

«Piccolo diavolo! Sali, presto».

Ridono anche questi. Continuo a essere una volpe. Ascolto i loro discorsi giusto il tempo di capire che mi stanno portando alla centrale. La radio gracchia in continuazione “Canlandia Est”. Almeno adesso so dove mi trovo. Appena arrivati alla centrale di Canlandia Est vengo sballottata come un pacco. Alla fine di ogni corridoio vengo rifilata a qualcun altro.

«E adesso?» parlottano tra loro due agenti.

«Di chi è la competenza?» L’altro fa spallucce.

«Mollala al “professore”!» sghignazzano. L’idea sembra vincente perché mi sbattono dentro a un ufficio angusto che puzza terribilmente di fumo. Le pareti sono tappezzate di librerie stipate alla rinfusa. La scrivania è stracolma di carte e al centro campeggia uno schermo luminoso che emette un intenso fruscio: che sia quello un “computer”?

Dopo neanche dieci minuti entra un cane alto e allampanato, pelo marrone, orecchie da lupo. Ha gli occhi cerchiati, come se non dormisse da giorni. Entra e mi guarda. Sì, lo confesso, sono una volpe.

«Come ti chiami?»

Nooo! Questa non l’avevo prevista. «Sheroly». Lo dico in un soffio, ma quello capisce lo stesso.

«Sheroly. E poi?»

«Mecson».

Tira fuori dal taschino della camicia spiegazzata un pacchetto di sigarette e comincia a giocherellarci. Legge un foglio che gli avevano abbandonato sulla scrivania, poi di nuovo fa qualcosa che non mi aspetto.

«Io sono il tenente Samuel Carty» e mi porge una mano. Gliela stringerei volentieri, ma ho i polsi legati e sono ancora molto scocciata, quindi distolgo lo sguardo. «I tuoi genitori lo sanno che sei qui?» Scuoto la testa. Lui lancia un’occhiata all’orologio appeso al muro e sospira. Sono le cinque di mattina. Rimette il pacchetto delle sigarette nel taschino, mi slega e sbotta: «Hai fame? Prima mettiamo qualcosa sotto i denti, poi parliamo».

La sua macchina puzza di più del suo ufficio e più del suo ufficio è disordinata. Parlottando da solo, perché io non lo ascolto, parcheggia di fronte a un bar che sta aprendo i battenti, con una traballante luce al neon che disegna una specie di palma. Fa una tristezza indicibile ma, scesa dall’auto, il profumo di cibo mi scatena una fame inaspettata. Il tenente e il tizio del bar si conoscono. Mentre divoro, uno dietro l’altro, quattro panini dolciastri che qui chiamano “hamburger”, il poliziotto va al bancone a bersi un caffè chiacchierando con quello, che non smette di asciugare bicchieri, e, dopo aver giocherellato di nuovo col pacchetto, finalmente si accende una sigaretta. Sembra che non mi guardi nemmeno. Sembra che non abbia paura che io scappi. In effetti ci penso: potrei svignarmela in tutta tranquillità ma, adesso che ho la pancia piena, me ne è passata la voglia.

«Allora?» mi fa con un sorriso, «va meglio?»

Annuisco.

Si siede di fronte a me e appoggia i gomiti sul tavolo, il mento sulle nocche. «Non hai documenti. Quanti anni hai? Sei scappata di casa?»

Nonostante la sua aria confidenziale, non credo sia prudente rivelare i propri piani al nemico né il fatto che ho solo dodici anni. Forse se gli dicessi di averne quindici mi crederebbe: dopo tutto le volpi sono più basse e minute dei cani e magari potrei spuntarla, ma mi limito a guardarlo storto, a intendere che da me non caverà nulla.

«Dove abitano i tuoi genitori? Sono qui a Canlandia?» Carty guarda l’orologio da polso e sbotta: «Se partiamo adesso, dopo pranzo siamo a Volpilandia, ti va?»

Ho colto la strategia avversaria: il cibo serviva per appesantirmi. Salto dalla sedia rovesciando tutto e corro fuori dalla porta. Sento il tenente che urla qualcosa, forse mi sta inseguendo, ma io so di essere più veloce. Oltre il parcheggio c’è una strada trafficata. Le luci dei fari illuminano a giorno l’asfalto nero. Corro fino in fondo al caseggiato, ma è un vicolo cieco. Il muro è troppo alto perché io possa scalarlo in fretta e dietro alle mie spalle sento i passi del poliziotto, nemmeno tanto affannato. È solo, potrei affrontarlo; mi giro e mi arrendo mentre scorgo i suoi occhi malinconici:

«Volpilandia è un posto meraviglioso per crescere. Cosa credi possa offrirti questa città, in più di quello che hai lasciato? In cielo non volano frusharde»

«Come conoscete quella parola? È Volpilandese!» Nel mio tono c’è una nota astiosa di troppo, ma un cane non può parlare Volpilandese. E poi sono sicura che sappia cosa rappresentano le aquile per il mio popolo e lo abbia detto di proposito. La prendo come un’offesa.

«Miht kirouh ekreth Vohlplanh. Sono cresciuto a Volpilandia. Non posso impedirti di fuggire, ma Canlandia non è un posto raccomandabile. Lascia che ti aiuti. Posso almeno evitarti dei guai».

Parla il mio dialetto. Nella sua voce c’è rispetto. Quando si volta e cammina flemmatico con le mani in tasca verso l’auto parcheggiata, non posso fare altro che seguirlo a capo chino.

Nel frattempo siamo rientrati alla Centrale e adesso c’è un gran via vai di gente. Un’impiegata di terz'ordine che gira con dei fogli in mano mi guarda disgustata e poi allarga il suo disgusto anche al tenente, forse perché mi ha tolto le catene. Come entriamo in ufficio, si siede alla scrivania e la sigaretta gli salta in mano con un gesto meccanico, poi si ricorda che ci sono io e comincia a giocherellarci quasi imbarazzato, prima di rimetterla nel pacchetto.

«Ho dei parenti a Canlandia». Non avrei mai pensato di giocare quella carta, ma forse è la strada giusta per sbloccare la situazione.

«Sì? Come si chiamano? Posso riuscire a risalire al loro indirizzo» e si mette a trafficare col “computer”. « «Canlandia Est?»

«Non lo so. So solo che è a Canlandia. È mio zio, il fratello di mia madre. Si chiama Rock Rynn».

Il tenente mi guarda in faccia sollevando un sopracciglio. Sembra quasi offeso.

«Quel Rock Rynn?» Non capisco cosa voglia dire e mi stringo nelle spalle. Ma lui scuote la testa. «Se vuoi che ti aiuti, in primo luogo, bisogna che tu sia sincera e che non mi prenda in giro…»

«Ma io non vi sto prendendo in giro!» Adesso l’offesa sono io. «Mio zio si chiama Rock Rynn. Non so dove abita e neanche che faccia ha perché, da quando sono nata, a Volpilandia non c’è mai venuto. Mia madre è la sorella minore...» taccio perché ho già detto più di quanto non mi fosse stato chiesto. Sono pur sempre davanti al nemico.

Ma Carty resta pensieroso per un po’. Rispunta la sigaretta a danzare tra le dita. Fissa ancora per una decina di minuti lo schermo dove scritte scorrono veloci, poi si degna di spiegarmi:

«Ammesso che Rock Rynn sia proprio tuo zio e che tu non abbia letto il suo nome su una qualsiasi rivista, non sembra la persona più adatta a ospitarti… Se vuoi rimanere a Canlandia sarà meglio procurarti dei documenti e iscriverti a una scuola».


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