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Collana Giallo Grano


PROLOGO

Lombardia, Italia, fine marzo


Fiamme pilota dalle sommità di sinistri simulacri tecnologici rischiaravano a tratti una notte altrimenti impenetrabile. Dalla fiaccola maggiore, terminale di una delle numerose ciminiere, rilasci di gas in eccesso bruciavano in immani fiammate intermittenti, illuminando la pancia di nubi gravide di pioggia. Grigio cupo, venato di tristezza arancione. L’odore di idrocarburi era una costante nauseabonda che permeava, per chilometri, il territorio piatto.

Malika Dupuy si sistemò meglio sul divano posteriore del monovolume Ford, chiedendosi come gli abitanti del piccolo centro fossero riusciti ad abituarsi alla presenza della raffineria, costruita poco fuori dal paese. Represse un conato di vomito. Per l’ennesima volta cercò di non pensare al fetore, dedicando la propria attenzione alle insegne colorate del locale notturno che brillavano come un faro, circa cinquanta metri più avanti.

C’era movimento attorno allo Sweet Encounter, come tutte le notti, quasi fino all’alba. Gruppi di amici, individui solitari, automobili di qualsiasi categoria e classe, capannelli di fumatori. Coppie occasionali, cementate da poche decine di euro, si dileguavano nell’oscurità per consumare una veloce passione unilaterale.

Malika tirò un sospiro di sollievo quando vide uscire dal locale Stefano Nardi, il suo contatto in terra italiana. Era sottobraccio a una mulatta dall’aspetto piuttosto volgare; scherzavano tra loro, ridendo per qualche battuta di circostanza. Percorsero i pochi metri di strada provinciale necessari a raggiungere il veicolo, parcheggiato nel piazzale di un distributore di carburanti. Aprirono le portiere e salirono a bordo. Quando la ragazza si accorse della presenza di Malika si congelò, ma fu solo un attimo. Con un sorriso si rivolse a Stefano: «Ehi, mi amor, e lei che ci fa qui? Non mi avevi detto che saremmo stati in tre».

«Beh, sai, avevo paura che tu ti tirassi indietro...» si giustificò lui.

La mulatta rise: «Estúpido, fatica doppia, paga doppia». Sottopose Malika a un rapido esame, quindi le fece l’occhiolino. «E poi, sembra un lavoro piacevole. Rilassati bella, mi sa sia la primera vez per te. Vedrai, sono forse più brava a leccare che a succhiare...»

«Non vedo l’ora di scoprirlo». Malika assunse un’espressione più disinvolta e allungò una mano a sfiorare viso e labbra della prostituta. «Come hai detto di chiamarti?»

«Maria, e non ti dimenticherai di me, en verdad. Andiamo, casa mia è vicina».

Vie strette, asfalto sgretolato, case vecchie, tre piani al massimo. Il borgo, in origine, era stato un centro rurale, nel bel mezzo di una pianura le cui colture venivano irrigate con l’acqua del fiume Po. In seguito era arrivato il progresso. Una multinazionale del veleno per autotrazione aveva appuntato la sua attenzione su quei territori nascosti dalla nebbia della Pianura Padana; incubi di ferro e acciaio erano sorti come per effetto di un sortilegio arcano: enormi serbatoi di stoccaggio, passerelle sospese, torri di raffreddamento e ciminiere, recinzioni, posti di guardia, laboratori. L’abitato si era trovato assediato, aveva dovuto crescere per adeguarsi. Erano arrivati eserciti di estranei: manager, consulenti esterni, operai, camionisti di passaggio. E puttane! Un’onda sempre cangiante di ragazze giovani e disinibite che si ritrovavano alla sera in alcuni “circoli privati” compiacenti, a caccia di clienti che non mancavano mai. Se le prime categorie erano ospitate in alberghi e pensioni del circondario, le prostitute vivevano in alloggi del centro: vecchi, fatiscenti, al limite dell’agibilità, ma affittati a prezzi da delirio. I proprietari, quasi sempre residenti altrove, avevano trovato il modo di fare rendere, oltre ogni limite di buon senso, ruderi che non sarebbero stati altro che voci di costo a perdere.

Malika si guardò attorno: mura scrostate, mobili rosicchiati; uno scaldabagno a gas, installato a muro, sfidava qualsiasi norma di sicurezza. L’odore di chiuso e muffa si mescolava a quello della raffineria.

«Se volete andare in bagno, è laggiù». Maria indicò una porta in fondo a un corto corridoio, facendo scivolare a terra l’abito che indossava, «poi ci vado io: mi piace scopare con persone pulite».

“Immagino, visto l’ambiente...” Malika si accomodò su una delle tre sedie che erano attorno al tavolo, nel minuscolo ingresso. Le due porte chiuse prima della toilette pensò dovessero corrispondere ad altrettante camere da letto. Dedicò un’occhiata veloce a Maria, con addosso solo un perizoma e i sandali dal tacco alto: seno abbondante ma cadente, un principio di pancetta, grumi di cellulite su gambe piuttosto grosse. “Cazzo, ma come si fa? Uomini...” Cercò con lo sguardo Stefano che annuì e si rivolse alla prostituta.

«Lascia stare Maria, non siamo venuti per il sesso».

Preoccupazione negli occhi: «Come no... ¿que pasa?» Maria raccolse il vestito. «Che cazzo vuoi allora, maricón, hijo de puta

«Stai calma e siediti». Malika decise che era giunto il momento di scoprire le carte. «Ti paghiamo lo stesso quanto hai chiesto, anche qualcosa di più, ma vogliamo solo parlare. Ho bisogno di chiederti alcune cose».

Maria indossò i suoi stracci e si accomodò: «Perra... forza, sentiamo: che cosa vuoi da me?»

«Fino a una settimana fa tu dividevi questo... appartamento con un’altra ragazza: Anika, si chiamava. Siamo arrivati qui solo per scoprire che è sparita da qualche giorno».

Malika pensò di vedere nell’espressione di Maria un accenno di sorpresa che svanì ben presto, sostituita forse da curiosità. «L’albanese? Si, certo, lavoravamo qui alla sera, una stanza per me, una per lei, e allora? Se volevate scoparla, beh, è tardi sul serio».

Malika posò sul ripiano di formica alcune banconote. «Cinquecento euro. Solo per dirci dove possiamo trovarla e dimenticarti di noi».

Malika osservò prima Stefano, appoggiato allo stipite della porta, quindi fissò Maria. La prostituta contraccambiò gli sguardi, li sostenne. Sembrò pensierosa, quindi iniziò a sorridere. Malika si chiese cosa ci fosse di così divertente. Uno strano presentimento si insinuò in lei.

«Por Dios, come cazzo faccio a sapere dove si trova ora? Austria, Svizzera... ¿quién sabe? Sicuramente al lavoro perché, come tutte noi, Anika appartiene a Jinn».

«E chi diamine è questo Jinn?»

Notò come, in quel momento, Maria sogghignasse apertamente.

«Il dannato, il folletto, il nostro padrone. Ci ha avvisate di stare lontane dai ficcanaso».

Le porte delle camere da letto si spalancarono. Maria si riparò all’istante dietro ai quattro figuri che ne erano usciti. Visi duri, etnie diverse: nordafricane ed europee. In pugno Colt 1911 silenziate, colpo in canna, cane armato, sicura disinserita.

Malika si era alzata, la mano sotto la giacca a cercare il calcio della Glock 17 nella fondina alla cintura. Il rumore della porta di ingresso che si apriva la congelò. Inquadrò Stefano, pallido come un cencio, totalmente immobile: pareva non respirare nemmeno.

L’ultimo arrivato con deliberata lentezza richiuse l’uscio alle sue spalle, per poi piantarsi nel vestibolo a gambe divaricate. Capelli corvini lunghi sulle spalle, baffoni spioventi, spalle possenti allargate dal giaccone in pelle nera; jeans delavati, stivali a punta; orecchini e piercing sulla narice destra. L’uomo, alto circa un metro e novanta, teneva le braccia molli lungo i fianchi. La mano sinistra stringeva l’impugnatura di una semiautomatica. Malika riconobbe una Beretta Px4 Storm: doppia azione, sicura automatica sul percussore, sistema di chiusura a canna rototraslante. Un’arma che non avrebbe nemmeno dovuto essere in vendita sul mercato. Professionisti del cazzo. Lei e Stefano ci erano caduti in pieno.

«Agente Dupuy, svezzata dal DPSD francese, giunta a piena maturità nel CIDE guardiano d’Europa,» pontificò il figuro con voce cavernosa, «vieni a morire in questo letamaio puzzolente per una questione personale... sarai una delusione per molti».

Malika puntò la Glock sul bersaglio grosso, in presa doppia, pronta a sparare: «Tu sei Jinn? Voglio solo sapere dov’è Anika».

L’energumeno rise, gli altri quattro presero di mira lei e Stefano.

«Jinn ha ben altro a cui pensare. Se ti può fare piacere saperlo, io sono l’Egiziano».

La donna percepì appena il movimento. L’uomo, in un attimo, sollevò il braccio allineando la canna dell’arma alla fronte di lei. Malika vide la fiammata ma non fece tempo a udire lo sparo: la testa le esplose prima che il rumore potesse giungerle alle orecchie.