Collana Giallo Grano

PROLOGO


Nel tempo del verde e dell’oro, quando le leggende sfondavano con impeto d’onda lo scorrere dei giorni, nel tempo solenne in cui lo scettro dell’Isola di Smeraldo era impugnato da re fieri e impavidi, nel tempo feroce e incalzante in cui si forgiavano nelle officine d’Europa lame aguzze da sguainare nelle Crociate, ebbene, proprio in quel tempo lontano comincia la mia storia.

Tra le rovine di un vetusto monastero, ombreggiata dal fiorire della brughiera, c’è ancora una lapide che narra dell’Ard Rí che in quegli anni governava l’Irlanda.

Non ricordo il suo nome: forse non è stato neppure scolpito dalla mano di chi volle tramandare le sue gesta. Non a un nome, infatti, ma a una scelta coraggiosa è legata la singolarità del suo regno.

Da uomo saggio qual era, egli aveva ascoltato la voce dei secoli trascorsi. Una sirena dal canto di fata, confondendo la sua melodia con la spuma dei marosi sulla proda, in una notte senza stelle gli aveva confidato un segreto tragico: ogni sovrano che si fosse affidato al brando straniero per dirimere le lotte intestine tra i capi delle tribù, quasi evocando un funesto sortilegio, avrebbe condannato a vacillare il suo scranno.

E il forestiero sbarcato sulla costa irlandese con la maschera di amico, se non addirittura quale alleato, avrebbe presto approfittato della debolezza in cui le contese intestine avevano precipitato la Corona e i vessilli regali, per stravolgere a poco a poco scenari e situazioni, per diventare l’odiato signore di una terra che non gli apparteneva.

L’eredità del passato non si sarebbe smentita nel futuro: alfieri, cavalli, torri e regine avrebbero ripetuto le medesime mosse sulle diagonali e gli incroci della scacchiera di sempre.

Così era successo quando erano giunti i vichinghi e nessuno aveva impedito loro d’insediarsi e di fondare città.

Così sarebbe accaduto con gli inglesi, che alcuni già invocavano alla stregua di perfetti pacificatori.

Allo scoccare di un’ora fatale, si sarebbe replicato un copione d’ombra, innescando la scia di orrore e di sfacelo che ogni nuova conquista si reca appresso.

Analoghe a queste dovettero essere le riflessioni dell’Ard Rí se tentò, infine, una strada diversa da quella intrapresa dai suoi antenati.

I capi delle tuatha confinate a Mezzanotte, piccoli signori di contrade lontane e povere, come sono povere l’aria e i prati di semplice erba, gli erano ostili e seguitavano a ribellarsi alla sua autorità?

Altri taoiseaigh di terre più prossime duellavano in riva a una polla d’acqua fra le tante disseminate sul suolo d’Irlanda, contendendosi per cipiglio d’orgoglio la sorgente che scaturiva dalla roccia?

Allora ci voleva qualcuno che imponesse la voce tonante del Gran Re, qualcuno che fiaccasse in umile sussurro la vanità degli egoisti e dei mediocri.

L’Irlanda aveva fame d’eroi.

L’Ard Rí lo comprese per primo e invocò per il suo regno sette cavalieri che fossero temuti e stimati, sette cavalieri che al solo scintillare delle spade inducessero le schiene arroganti a piegarsi e gli sguardi tracotanti d’alterigia a chinare al suolo.

Certo non era facile scovare guerrieri dotati di simili virtù, puri di cuore e magnanimi d’indole, in mezzo alla schiatta di imbelli che lo circondava, e il Re Supremo passò notti insonni tramando la maniera di aggiudicarseli.

Per realizzare il suo progetto non si sarebbe accontentato di sciocchi dignitari, avvezzi alle blandizie di cacce e banchetti; non si sarebbe neppure accontentato di aristocratici sfrontati che, oramai, avevano fatto della stirpe e dei meriti degli avi il loro unico, inutile pregio.

Il suo ideale, al contrario, esigeva i migliori giovani d’Irlanda.

Così, a primavera, l’Ard Rí si mise in viaggio e, divorando al galoppo una strada infinita, cominciò a conoscere il suo popolo.

Giunto che fu in Conamara, gli capitò d’incontrare il suo primo cavaliere. Si trattava di un uomo prezioso al punto che, per averlo, il re dovette rubarlo a Dio.

Si chiamava Briocán Ó Bia e, all’epoca, era poco più che un ragazzo. Era un converso, viveva nel monastero in cui, una notte, l’Ard Rí si era fermato per riposare ed era prossimo a pronunciare i voti religiosi. Il re, in quella stessa notte, lo udì pregare in cappella con il fervore di un angelo e si commosse di fronte a tanta fede.

Sul far dell’alba, all’improvviso, lo scorse anche impugnare l’arco. In un secolo in cui i guerrieri erano ancora avvezzi all’uso delle pietre e della fionda, lo ammirò mentre saettava un dardo verso l’ultimo raggio di luna.

«Qual era il bersaglio della tua freccia, amico mio?» gli domandò, sorprendendolo come un’ombra alle spalle.

Briocán non gli rispose subito. Il chiarore incombente del cielo ritagliava il suo profilo buio, nascosto dietro il tronco di un albero possente.

«Un sogno, forse,» mormorò a un tratto, con intonazione piena d’ardore. «La mia realtà è la tonaca che presto indosserò ma una parte segreta di me vorrebbe seguire la freccia scoccata e unirsi ad altri giovani che – così ho sentito narrare – partono alla volta di Gerusalemme e versano il loro sangue per liberare il Santo Sepolcro».

Lo sguardo del re fu come un lampo nel silenzio.

«Sogna per me, allora, ragazzo! Io non ti chiedo di salvare una tomba, io ti chiedo di salvare un popolo. Io ti chiedo di seguirmi in nome dell’Irlanda. Io… che sono il tuo re!»

Si svelò a lui, spalancando il suo ampio manto sull’aurora e ostentandogli la tunica tessuta con i sette colori che, in quei secoli lontani, soltanto il sovrano poteva vestire tutti insieme, perché ciascuno di essi era il simbolo di una delle sette classi sociali che gli erano sottomesse.

Briocán, tuttavia, lasciò che trascorressero un giorno intero e un’altra sera prima di decidere.

Dopo, allo sfiorire di una sofferta orazione, le sue labbra pronunziarono il suo sì: «Eccomi, mio re. Ti cedo il sogno in cambio di una promessa: quando verrà il tempo, presto o tardi che sia, tu mi renderai alla mia vocazione».

E il re accettò.

Là, dove il bosco era fitto come le tenebre, proprio là, con il rapido tocco della spada d’argento lo nominò guerriero.


Il mattino seguente, sellando un cavallo in più, partirono insieme.

Insieme, percorrendo le scogliere contro cui le onde urlano forte, s’imbatterono in Dáire Ó hUiginn.

Era un pescatore dal corpo bronzeo e dalle chiome di platino, attraente come il vichingo da cui forse discendeva. Il suo carattere era un singolare miscuglio di facile orgoglio e di simpatia rissosa e il giovane, che pure aveva in fondo al cuore la schiettezza di un fanciullo, non faceva mistero d’amare le donne al punto di dannarsi l’anima.

L’Ard Rí lo prese con sé e Briocán Ó Bia dette il suo assenso con un cenno.

Si unirono loro via via altri cavalieri: Niall Ó Murchú dalla fluente zazzera rossa, Seán Mac Chormaic, il taciturno Seán, che aveva solo una parola perché credeva fermamente che di là dal sì e dal no tutto appartenga al male, e Máirtín De Buitléar, figlio d’antichi stranieri, nei cui muscoli d’atleta pulsava un indomito sangue irlandese… E Briocán Ó Bia aveva sempre annuito, nell’accettarli come compagni.

Per Feardorcha Ó Cinnéide s’impose persino contro il parere del re.

Sì, perché Feardorcha era un bell’uomo dallo sguardo franco e dalla fronte ampia, valoroso più d’ogni altro nel maneggiare la scure, ma proprio al coraggio doveva la sua menomazione. Da ragazzo, infatti, pur di difendere due pastorelli dal branco di lupi che aveva assalito il gregge, aveva affrontato quelle bestie rabbiose con le nude mani. Gli avevano quasi sbranato una gamba e, dopo quel giorno, il suo passo si era fatto claudicante.

«Io un guerriero storpio non lo voglio!» tuonò l’Ard-Rí, per rintuzzare l’insistenza di Briocán Ó Bia.

«Chi sei tu, piccola creatura, per rifiutare un figlio benedetto da Dio,» ribatté Briocán, «quando il Signore per guidare il suo popolo lontano dalla schiavitù d’Egitto scelse in Mosè un condottiero balbuziente?»

Il re, allora, abbassò il capo riconoscendo la saggezza di colui che ormai considerava il suo campione.

Mancava ancora un cavaliere all’appello.

Ma il tempo si era fatto breve e l’ultima strada d’Irlanda si consumava sotto il galoppo dell’Ard Rí. Egli decise, dunque, di tornare a Teamhair, ove risiedeva la Corte, e Briocán Ó Bia approvò la risoluzione del suo signore perché, durante il sonno estremo che precede il risveglio, aveva avuto una visione e aveva presagito un guerriero dal mantello nero venire dal mare sino alle mura della reggia.

A Teamhair, i sei giovani iniziarono ad addestrarsi per servire il popolo.

Si diedero ferree regole di vita, confinandosi in una capanna dal tetto di paglia per meditare e per comprendere quale influenza esercitassero su ciascuno le armi che la missione alla quale erano stati chiamati rendeva loro così familiari.

Una magica intesa li aveva resi amici.

Vestivano un’identica sottana intessuta di fili d’argento, su cui gravava un ampio pettorale lavorato a sbalzo. D’argento era anche l’elmo leggero che, piumato, proteggeva nella lotta a ognuno la fronte.

Quando il re indicava loro una tuath la cui gente soffriva e lamentava prigionia e sevizie, perché le azioni alle quali si lasciava andare il capo tribù non erano degne della carica che ricopriva, essi partivano con gioia perché sapevano di recare un messaggio di speranza. Altre volte erano inviati a dirimere una contesa vetusta di anni e allora si dimostravano inesorabili, benché avessero imparato a giudicare le cose del mondo con giustizia e con misericordiosa sagacia.

I contadini si tracciavano un segno di croce al loro passaggio e invocavano sulla corsa dei loro destrieri, di collina in collina, lo Spirito di Dio.

«Arriva il Cavaliere Bianco,» gridavano festosi i bambini, gettando fiori dalle casupole di pietra.

Così, infatti, qualcuno aveva cominciato a definire Briocán Ó Bia. Forse perché era l’unico a indossare la sottana e il manto candidi o forse per la sua chioma bionda, per i suoi occhi azzurrissimi e per la sua pelle chiara come il latte. Bianco era il suo arco e di penne bianche vestita la sua faretra. Cavalcava un destriero dal pelo di neve. E il suo sorriso… ebbene, il suo sorriso splendeva come la brinata che l’improvviso sfolgorare del sole indora.


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